MISTERI DEL MONDO - Pietre di Ica
Una scoperta sensazionale, che potrebbe comportare la necessità di riscrivere la storia dell'uomo sul pianeta Terra. Si tratta di una vera e propria "glittoteca" (biblioteca di pietre incise) che traccia una storia di una umanità vissuta 65 milioni di anni fa.
Ica è una località del Perù, sul fiume omonimo, non lontano dai famosi Altipiani di Nazca, sui quali sono state rinvenute le piste figurate che secondo alcuni potevano essere utilizzate dagli extraterrestri, e da Machu Picchu. Un nuovo grande mistero, dunque: una storia delle origini dell'uomo finora assolutamente sconosciuta.

LE PIETRE DI ICA
a cura di Luca Berto
(Si ringrazia Dal tramonto All'alba" per aver concesso l'autorizzazione alla pubblicazione)
Per un certo gusto neopositivista, si è soliti pensare che più la civiltà degli umani vada avanti, più, di conseguenza, la tecnologia migliori e progredisca. In questa ottica, il passato viene sempre visto come un’epoca di arretratezza ed “ignoranza”. Alla fine dell’Ottocento, in alcuni paesi Europei, ammalarsi di polmonite voleva dire la morte certa; oggi, fortunatamente, non è più così. Quarant’anni fa, i primi computer a valvole occupavano intere stanze ed avevano una capacità di calcolo assai limitata; oggi, un computer portatile non pesa più di un paio di chili, sta comodamente in una borsa e ci permette, tramite Internet, di metterci in comunicazione con il mondo intero. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, ma confermerebbero sempre la stessa cosa: il passato è buio ed antiquato, il presente ed il futuro luminosi e caratterizzati da una più alta qualità tecnologica. Ma forse le cose non stanno così: forse, nel passato del nostro pianeta, c’è stata una civiltà in possesso di tecnologie nettamente superiori a quelle in nostro possesso. Incredibile? Forse no, a giudicare da quelle che potrebbero essere le prove …
Il deserto di Ocucaje, in Perù, è un territorio arido e sabbioso posto ai piedi
della catena delle Ande, vicino all’altopiano di Nazca, celebre per i suoi
disegni, e non lontano da Paracas, località nota per il suo “candelabro di
sabbia”. Il deserto ha una grande rilevanza archeologica, in quanto, all’inizio
del 1900, furono scoperte vastissime necropoli delle culture Nasca e Paracas
(datate fra il 400 a.C. e il 400 d.C.), contenenti centinaia di mummie e
migliaia di oggetti in oro, elementi del corredo funerario dei sepolti. La
valle, infatti, insieme a quelle di Pisco e Nazca, faceva parte dell’impero
Chincha, impero precedente a quello Inca.
In questa zona, nel 1961, furono compiuti, mediante l’utilizzo di numerose
ruspe, dei lavori di scavo per la costruzione di una cisterna per la raccolta di
acqua per l’irrigazione. Qualche tempo dopo, sempre nella stessa zona, il fiume
Ica, nelle vicinanze del quale si trova un villaggio con lo stesso nome,
ingrossò e finì per inondare le zone circostanti; erodendo i versanti delle
colline delle Haciendes, di Ocucaje e di Callago, l’esondazione portò alla luce
una grande quantità di pietre di dimensioni assai varie, da piccoli ciottoli a
massi di oltre due quintali, che mostravano incisioni molto interessanti.
Nel mese di maggio di cinque anni dopo, un contadino della zona, Felix Llosa
Romero, donò una di queste pietre ad un suo amico d’infanzia, il dottor Javier
Cabrera Darquea, medico chirurgo all’ospedale di Ica, docente di biologia e di
antropologia all’Università di Ica, archeologo per hobby, uomo di grande cultura
e di notevole apertura mentale, perché questi la usasse come fermacarte.
|
Il Dottor Cabrera |
|
| Nel maggio 1966, Javier Cabrera Darqea, medico, divenuto archeologo per hobby, ebbe in regalo, da un amico, una di queste pietre scure. Da quel momento iniziò a reperirle dai contadini, a ricercarle ovunque e ne collezionò quasi 15.000, costituendo un piccolo museo personale. | |
Il dottor Cabrera, ovviamente, non riteneva “una pietra”, seppur dal caratteristico colore scuro e dalla forma incredibilmente tondeggiante (troppo tondeggiante persino per un ciottolo di fiume), un regalo da considerare troppo prezioso. Tuttavia, alcune caratteristiche di questa lo fecero ricredere sull’importanza del suo regalo. Innanzitutto, Cabrera rimase impressionato dal peso del ciottolo di fiume, eccessivo e spropositato rispetto alle piccole dimensioni della pietra; inoltre, quando osservò la pietra con maggior attenzione, notò su di essa una strana incisione, raffigurante un “pesce sconosciuto”, per usare le stesse parole di Cabrera. Incuriosito da quello strano disegno, Cabrera condusse alcune ricerche e, con evidente stupore, scoprì che il pesce rappresentato su quella pietra era un agnathus, una specie estinta da varie migliaia di anni. Sorpreso dalla sua scoperta, Cabrera chiese al suo amico Romero la provenienza del suo dono: quella pietra, insieme a molte altre, erano vendute per pochi soldi dai contadini di Ocucaje.
I contadini di Ocucaje, infatti, erano soliti
arrotondare i guadagni derivanti dalla lavorazione della terra dedicandosi
ad un’attività clandestina, ma molto più redditizia: il saccheggio delle tombe,
che, come detto prima, in quella zona abbondano per numero e ricchezza. In quechua, l’antica lingua del luogo, si indica con il termine
huaca
ogni oggetto sacro: siccome i doni lasciati a corredo dei defunti sono
considerati sacri, viene chiamato huaquero chi li ruba. Quando gli haqueros, visitando quelle antiche tombe, trovarono inaspettatamente
centinaia di pietre con disegni totalmente diversi da quelli delle ceramiche e
di qualsiasi altro reperto Nasca o Paracas, pensarono, evidentemente, che si
trattasse di sassi privi di valore archeologico e cominciarono a venderli nei
loro mercatini ai turisti.
Ma torniamo a Cabrera. Spinto da un irrefrenabile spirito indagatore e da una
enorme curiosità per l’oscura origine di quelle pietre, Cabrera venne a sapere
che anche il Museo Regionale di Ica ne possedeva alcuni esemplari, i quali,
però, non erano esposti in quanto ritenuti dei falsi ad opera degli huaqueros,
i contadini del deserto Ocucaje. Rifiutata, da parte del direttore del museo
Adolfo Bermúdez, l’ipotesi di verificarne l’autenticità, Cabrera decise di
muoversi per conto proprio e studiare da solo le pietre. Cabrera cominciò,
allora, a raccogliere quante più pietre possibile, acquistandole sul mercato e
ricercandole personalmente nella zona di Ica, a studiarle e catalogarle. Alla
fine, riuscì a mettere insieme una collezione lapidea di circa 15.000 pietre,
che decise di esporre a proprie spese presso la Casa della Cultura di Ica, alla
cui direzione era stato chiamato da poco.
Prima di procedere e di affrontare la “storia
della storia delle pietre”, vediamo di dare loro un’occhiata più ravvicinata.
Dal punto di vista scientifico, le pietre sono fatte di andesite di matrice
granitica, una roccia di fiume semi-cristallina formatasi nel corso del
Mesozoico (circa 250 milioni di anni fa, dunque) dalla disintegrazione del
massiccio andino. Le loro dimensioni sono diverse: le più piccole non sono più
grandi di una decina di centimetri, le più grandi arrivano circa ad un metro di
larghezza; sono di colore grigio, a causa dell’ossidazione naturale, avvenuta
circa 12.000 anni fa, e con una durezza calcolata in 4.5 punti sulla scala Mohs.
Lo strato di ossido è presente su tutta la superficie della pietra, anche
all’interno dei solchi: questo ci fa supporre, abbastanza logicamente, che i
solchi siano stati praticati in un periodo antecedente al momento in cui è
iniziato il processo di ossidazione. Insomma, se la datazione geologica è
esatta, si può concludere che i solchi hanno almeno 12.000 anni. Conclusione,
inutile dirlo, sconvolgente: infatti, le prime popolazioni (primitive) si
stanziarono in America tra i 10.000 ed i 20.000 anni fa e risulta difficile
immaginare che una di queste abbia avuto la conoscenza tecnologica per incidere
un materiale come l’andesite, la cui durezza relativa è molto vicina a quella
del diamante. A supportare l’inesattezza di questa ipotesi, poi, concorre un
altro fattore, probabilmente quello fondamentale e, contemporaneamente, il più
sconvolgente: i temi dei disegni. Sulle pietre, infatti, sono presenti
raffigurazioni di dinosauri, animali estinti, operazioni chirurgiche, strumenti
e tecnologie di recente o recentissima messa a punto e molti altre conoscenze
che, certamente, non potevano essere in possesso di civiltà così antiche.
Utilizzando la classificazione di Cabrera, le incisioni sono suddivisibili nelle
seguenti categorie:
animali preistorici
astronomia ed astronautica
antichi continenti
cataclismi planetari
medicina
razze presenti sul pianeta
flora e fauna
esodo di uomini sulla Terra
strumenti musicali
Vediamo di analizzarne brevemente alcune. Per quello che riguarda la prima categoria, va detto, innanzitutto, che molte pietre appaiono molto simili, differenziandosi soltanto per piccoli particolari: alla luce di questo, Cabrera ipotizzò (e lo studio diretto lo confermò) che determinate pietre dai disegni simili potessero appartenere ad una stessa serie. Per esempio, in una serie composta da ben 205 pezzi, Cabrera trovò descritto il ciclo riproduttivo e lo sviluppo dell’Agnato (un pesce paleozoico sprovvisto di mascelle, estinto da 400 milioni di anni); un’altra serie rappresenta il ciclo evolutivo dello Stegosauro, un’altra del Triceratopo (che provano che questi animali si riproducevano come gli anfibi), un’altra ancora, formata da 48 pietre, rappresenta l’evoluzione del Megachirottero, una sorta di antenato gigante del pipistrello, che le pietre dimostrano essere stato oviparo e non viviparo, come da molto tempo si pensa. Ancora, troviamo molte raffigurazioni di dinosauri del periodo Mesozoico, come per esempio il Tyrannosaurus Rex. Altre pietre raffigurano uomini (dalla testa spropositata rispetto al corpo) a cavallo di quelli che sembrano dinosauri (per esempio, su una pietra si possono osservare due uomini che cavalcano uno Pterodattilo mentre, con un cannocchiale, osservano uno Stegosauro); altre ancora in atteggiamenti simili a quelli che, oggi, noi potremmo tenere con i nostri animali domestici.
| Nelle pietre sono disegnati mammut, lama e cavalli con cinque dita, estinti da tempo. Quello che meraviglia sono le numerose immagini dei dinosauri, che vissero nell'arco di settanta milioni di anni, nell’era Mesozoica iniziata 250 milioni di anni fa. 150 pietre, anche di grande mole, mostrano varie specie di questi colossi, compreso il Tirannosauro Rex; vi sono disegnati i cicli evolutivi dello stegosauro e di un triceratopo. |
Queste raffigurazioni fanno pensare che, in
passato, ci sia stato un periodo in cui uomini e dinosauri siano vissuti insieme
e contemporaneamente.
Tale ipotesi, oltre che dalle pietre di Ica, come appena visto, è stata
“confermata” dal ritrovamento, presso Acambaro, nella Sierra Madre, in Messico,
dove sono state rinvenute strane statuette che raffigurano uomini, in abiti di foggia
orientale e provvisti di varie armi, in compagnia di animali preistorici. Nel
1945 Waldemar Julsrud, commerciante tedesco, durante un giro a cavallo nel suo
ranch trovò una figurina di ceramica rossastra di questo tipo. Con l’aiuto del
suo collaboratore indigeno, Julsrud riuscì a metterne insieme ben 33.000.
Queste statuette raffiguravano dinosauri,
brontosauri, serpenti, cammelli, con personaggi con volti, statura e vestiario
ogni volta differenti tra loro; rappresentavano figure femminili che giocano con
coccodrilli e stegosauri, in atteggiamenti che si assumono nei confronti degli
animali domestici.
Nel 1972 queste statuette furono esaminate nei laboratori americani e datate al
2500 a.C. Circa cinquemila anni fa, però, non esistevano i dinosauri e, cosa
assai più misteriosa, nessuno sapeva che fossero esistiti. A confermare la
convivenza di umani e dinosauri anche impronte umane fossilizzate insieme a
quelle dei dinosauri, molti esempi delle quali si trovano nel libro di Michael
Cremo e Richard Thompson intitolato Archeologia proibita: la storia segreta
della razza umana. A Carson City, nel Kentuky sono state ritrovate impronte di
piedi e di calzature in uno strato antico di 110 milioni di anni. A Laetoli in
Tanzania, le tracce fossili umane sono mescolate a quelle dei dinosauri. A
Macoupin nell’Illinois orme umane fossilizzate si trovano in uno strato del
Carbonifero e risalenti quindi a 300 milioni di anni fa. Nel Canyon Havasupai si
trovano le pitture murali di un T-Rex, nel Big Sandy River quelle di uno
Stegosauro. Nel Turkmenistan una impronta umana è accanto a quella di un animale
preistorico. Dalla posizione delle impronte sembra che l’uomo stesse cacciando
l’animale. Nel letto del fiume Paluxy, in Texas, paleontologi dell’Università
della California hanno considerato autentiche le tracce di impronte di dinosauri
e di piedi umani. Altre impronte umane fossili in Messico, Arizona, Texas,
Illinois, New Messico, Kentucky e altri stati in rocce vecchie di 250 milioni di
anni. Carl Baugh, della Pennsylvania State University, in Texas rinvenne, in uno
strato di roccia databile 140 milioni di anni fa, le impronte dei piedi di un
uomo accanto a quelle di un dinosauro.

L’incredibile scoperta fu presto bollata come
un clamoroso falso; ma nel 1984, a seguito di ulteriori scavi nella stessa zona
condotti dall’archeologo Hilton Hinderliter, gli scettici furono costretti a
ricredersi in virtù del ritrovamento delle impronte di due sauri e di un umano
in uno stesso strato geologico risalente come minimo a 65 milioni di anni fa.
Nella stessa Ocucaje, dal Dottor Jimenez del Oso sono stati scoperti scheletri
umani vicino a quelli di dinosauri.
Volendo fare un’ipotesi razionale, si potrebbe ipotizzare che la
rappresentazione di uomini in compagnia di dinosauri sia frutto di una jungiana
fantasia archetipica: gli antichi incisori hanno immaginato l’esistenza di
esseri enormi e giganteschi e, per esorcizzarli e per “imbonirli”, li hanno
rappresentati in loro compagnia, come a voler comunicare la disponibilità a
convivere. Oppure, si può ipotizzare che già 12.000 anni fa siano esistiti
uomini che, rinvenuti casualmente e studiati fossili di dinosauri, abbiano
cercato di ricostruire l’aspetto di quegli antichi mastodonti. Insomma, si può
ipotizzare che siano esistiti dei “paleo-paleontologi” i quali abbiano
rappresentato, sulle pietre, le loro ricostruzioni, ipotizzando, loro, che
uomini e dinosauri, in passato, siano vissuti insieme. A questo proposito,
riportiamo un brano di una leggenda degli indiani Zuni (nativi del Nuovo
Messico) che sembra descrivere, con terminologia semplice e mirata, il processo
di fossilizzazione:
«[...] vivevano sulla terra mostri enormi [...]. Poi gli abitanti del cielo dicono a questi animali: “Vi trasformeremo in pietra, così non potrete più fare male agli uomini e recherete loro conoscenza e giovamento.” Dopo che ciò fu detto la crosta terrestre si indurì e gli animali diventarono di pietra [...].»
Si è osservato che molte specie di dinosauri
rappresentati sulle pietre non erano presenti nella zona del ritrovamento,
dunque le pietre sono sicuramente un falso successivo, e che la qualità delle
incisioni e delle rappresentazioni migliora nelle pietre scoperte in tempi più
recenti. Una risposta ad ogni obiezione. Neanche oggi, noi, possiamo sapere come
fossero gli stadi evolutivi degli animali studiati da Darwin, eppure,
utilizzando criteri biologici ed evoluzionistici, questa ricostruzione è stata
possibile ed ora abbiamo immagini abbastanza precise. Considerando, poi, il
clamore suscitato dalla “faccenda” è ovvio che molti falsari si siano impegnati
a realizzare pietre che, per essere appetibili dai turisti di quelle zone,
dovevano anche essere “belle” da vedere …
Per quello che riguarda la seconda categoria, cioè astronomia ed astronautica,
alcune pietre di Ica rappresentano alcuni uomini intenti a scrutare il cielo
notturno per mezzo di telescopi.
|
Sulle pietre di Ica gli uomini scrutano i cieli usando un cannocchiale |
Come si sa, il telescopio fu inventato dai
navigatori olandesi e perfezionato da Galileo Galilei nel XVII secolo. Sempre su
queste pietre, è possibile osservare, in altro a sinistra, uno strano oggetto
sferico seguito da quella che sembra una “scia”: secondo Cabrera è possibile che
si tratti della raffigurazione stilizzata di una cometa. In questa stessa
incisione sono rappresentati anche i pianeti di Giove e Venere e un’eclissi di
Sole. Altre pietre rappresentano 13 diverse costellazioni, incluse le Pleiadi.
Un’altra pietra, ancora, rappresenta un calendario astronomico di 13 mesi,
probabilmente basato sui cicli lunari. Su altre pietre, ancora, possiamo
osservare le figure tracciate sulla piana di Nazca, come detto, non troppo
lontana da Ica: su questo torneremo tra poco.
Oltre al “volo su Pterodattilo”, che abbiamo visto prima, altro mezzo di
locomozione aerea rappresentato sulle pietre è una sorta di uccello meccanico, a
bordo del quale sono riconoscibili uomini che osservano o cacciano dinosauri o
mentre scrutano il cielo, solcato da corpi celesti.
Passiamo dalle stelle alla nostra Terra e vediamo di analizzare alcune pietre le
immagini delle quali rientrano nella terza categoria, quella degli antichi
continenti. Secondo la teoria della Tettonica a zolle o a placche, illustrata da
Hapgood, i continenti poggiano su zattere di materiale galleggiante su un mare
di magma; i movimenti di questi continenti, oltre a determinare, ovviamente, il
loro spostamento (la famosa teoria della “deriva dei continenti”, elaborata da
Wegener), sono causa di terremoti, eruzioni vulcaniche e della formazione ed
innalzamento di catene montuose, aperture di mari, di laghi e quant'altro.
Secondo questa teoria, anticamente la posizione dei nostri continenti non era
uguale a quella che questi hanno attualmente. Per esempio, il Sud America era
unito all’Africa occidentale, come la forma delle coste del Brasile,
perfettamente “incastrabile” con quella del Golfo di Guinea, dimostra. Ora, una
carta degli antichi continenti terrestri è presente su una delle pietre di Ica.
| Sulle pietre anche carte geografiche del globo, che presentano Atlantide, Lemuria e il continente americano scoperto solo nel 1492. I geologi, servendosi dell'aiuto del computer, hanno confermato che la forma dei continenti e delle terre emerse raffigurate nelle pietre riproducono con precisione la terra come era 13 milioni di anni fa. |
L’incisione rappresenterebbe la disposizione
degli antichi continenti di Atlantide,
Mu, Lemuria e
del continente americano. I geologi, servendosi dell’aiuto del computer, hanno
confermato che la forma dei continenti e delle terre emerse raffigurate nelle
pietre riproducono con precisione la Terra come doveva apparire 13 milioni di
anni fa.
Le pietre di Ica non sono gli unici documenti che attestano l’esistenza di
“continenti perduti”. Nello Yucatan, in Messico, per esempio, William Niven
trovò un petroglifo che riportava inspiegabili masse di terra nell’Oceano
Atlantico e nell’Oceano Pacifico; ancora, il ricercatore James Churchward
ritrovò, in Tibet, una tavoletta raffigurante “due continenti sconosciuti”. Ma
torniamo ad Ica. Questa precisione nel tracciare quella che possiamo
tranquillamente definire “la prima carta geografica della storia dell’uomo” ha
fatto supporre che coloro che la realizzarono, evidentemente, potevano vantare
un punto di vista privilegiato dal quale rilevare l’esatta posizione dei
continenti: insomma, tanta precisione fa supporre che i realizzatori
dell’incisione fossero in grado di viaggiare nello spazio. Questa ipotesi
troverebbe conferma nelle figure presenti su altre pietre: su queste, sono
raffigurate navi volanti, sospese in aria. Alcuni hanno ipotizzato che la loro
capacità di volare (sempre se di questo si tratta) sia dovuta ad un campo elettromagnetico o ad un propulsore antigravitazionale. La fantasia, in questi
casi, scavalca la scienza. Comunque sia, dando per buona questa ipotesi,
troverebbe conferma l’ipotesi di Cabrera secondo cui Nazca altro non sarebbe che
un antico porto spaziale per navi volanti. Secondo Cabrera, i tracciati andini
sarebbero stati ricoperti, in passato, da un materiale sconosciuto,
superconduttore e resistente alle alte temperature, che permetteva alle navi
spaziali di atterrare in caduta libera senza alcun danno. Conferma di queste
teorie venne nel maggio del 1975, quando il geologo Klaus Dikudt dell’Università
di Lima disse di avere rintracciato, lungo le linee, “frammenti di un materiale
scuro, traslucido, infrangibile, leggero ma estremamente duro, tanto da rigare
il quarzo. Il materiale analizzato aveva reagito in modo anomalo a tutti gli
esami, ed era rimasto intatto perfino sottoposto ad una temperatura di 4000
gradi. Non si trattava di frammenti di meteoriti. La composizione e la
provenienza di questo materiale resta ignota …”.
| Le pietre rappresentano anche un vasto e autorevole trattato di chirurgia. Vi sono riportate, con dettagliati particolari, operazioni a cuore aperto, a polmoni e reni, trapianti di cervello, tagli cesarei, trasfusioni, rimozione di tumori, nonché l'agopuntura come forma anestetica. I disegni mostrano che si tratta di pratiche più avanzate delle nostre. Le figure evidenziano apparecchi di alimentazione cardiaca e strumenti chirurgici di estrema precisione, tali da far supporre una profonda conoscenza in materia da parte di chi eseguiva o dirigeva il lavoro. |
| Le pietre rappresentano anche un vasto e autorevole trattato di chirurgia. Vi sono riportate, con dettagliati particolari, operazioni a cuore aperto, a polmoni e reni, trapianti di cervello, tagli cesarei, trasfusioni, rimozione di tumori, nonché l'agopuntura come forma anestetica. I disegni mostrano che si tratta di pratiche più avanzate delle nostre. Le figure evidenziano apparecchi di alimentazione cardiaca e strumenti chirurgici di estrema precisione, tali da far supporre una profonda conoscenza in materia da parte di chi eseguiva o dirigeva il lavoro. |
La conferma della reale funzione di Nazca, per un circolo vizioso, confermerebbe
la possibilità, per gli antichi geografi di Ica, di volare oltre i limiti
dell’atmosfera e spiegherebbe, così, l’esattezza dei contorni degli antichi
continenti terrestri tracciati sulle pietre.
L’incredibile precisione delle carte è anche confermata da un “addetto ai
lavori”.
Alcune pietre sono tuttora esposte al Museo
Nazionale dell’Aviazione Peruviana, a Lima, il cui ex direttore, il colonnello
Omar Chioino, fece riportare su carta da esperti cartografi dell’aviazione i
motivi incisi sulle sessanta pietre del museo. Alcuni disegni erano
incredibilmente simili alle figure incise nel deserto di Nazca. “Solo chi è
pratico di procedimenti di rilevamento topografico può comprendere che tipo di
modello sia necessario per riportare in misure gigantesche un disegno originale
in piccola scala, con assoluto rispetto delle proporzioni. I primi devono aver
posseduto strumenti e sussidi di cui non sappiamo nulla […]. Inoltre escludo la
possibilità di una contraffazione […]: il dottor Cabrera è stato sotto la
sorveglianza del Servizio d’Informazione negli anni settanta e per un lungo
periodo di tempo. Non è emerso nulla che lo potesse incastrare. La sua serietà è
oggi al di sopra di ogni sospetto.”
Per parlare delle incisioni raffiguranti “cataclismi planetari”, ossia la quarta
categoria di Cabrera, dobbiamo fare nuovamente riferimento alla cosiddetta
“pietra degli astronomi”, che abbiamo analizzato poco fa. In essa si possono
notare, come già evidenziato prima, due persone intente ad osservare il cielo
per mezzo di un telescopio: un oggetto volante sale verso il cielo mentre tre
comete precipitano verso la Terra; le stelle sono ritratte con un insolito
brillio, mentre un’immensa nuvola striata, che simboleggia la pioggia, segue la
coda di una grossa cometa. I continenti appaiono semi sommersi mentre una stella
precipita su quello che appare come un continente, oppure una grande isola. Per
alcuni studiosi, questa incisione raffigurerebbe il grande cataclisma che fa da
fil rouge a tutti i miti dei popoli della Terra (dall’Antico Testamento
ai racconti mitologici dell’antica Mesopotamia, giusto per fare un paio di
esempi) e che interessò la Terra migliaia di anni fa. Le prove concrete del suo
verificarsi si troverebbero nello strato d’iridio presente nel suolo in notevole
quantità, presenza che denota un incremento spiegabile unicamente con la caduta
di meteoriti e non semplicemente con un incremento di attività vulcanica. La
fascia del minerale è spessa ben cinquanta centimetri, il che fa ipotizzare che
un grosso asteroide, o uno sciame di asteroidi, o la coda di una cometa, abbiano
incrociato la traiettoria della terra.
Altri indizi di un eventuale cataclisma ci arrivano dalla pietra raffigurante gli
antichi continenti della Terra, che abbiamo analizzato poco fa. Sul perimetro
esterno si possono notare gruppi di piramidi, i vertici delle quali sono rivolti
verso i continenti, e, tutt’intorno, una larga striscia di linee ondulate che
sembra indicare un accumulo di vapore nell’atmosfera. Sapendo che le piramidi
erano il simbolo di sistemi che servivano per captare, conservare e distribuire
energia (come vedremo di seguito), è evidente che l’uso incongruo di tali
sistemi doveva aver provocato una situazione di squilibrio. Il pianeta,
ricevendo calore dal sole e non potendolo dissipare a causa di quell’enorme
strato di vapore, era diventato un sistema termico chiuso. Giunto al punto di
massimo accumulo, il vapore si deve essere convertito in acqua, precipitando
sulla terra sotto forma di una pioggia interminabile, un vero diluvio, con
conseguenze spaventose. Nello stesso tempo, l’eccesso di energia calorifica
poteva avere intaccato anche lo scudo di Van Allen, l’involucro magnetico che
circonda la terra e che la protegge dalle particelle ionizzate emesse dal sole.
Quest’insieme di fattori doveva aver provocato un aumento di intensità nel campo
gravitazionale della terra, con la conseguente cattura di corpi celesti che,
penetrando attraverso le falle aperte nelle fasce di Van Allen, colpirono la
terra con effetti catastrofici. Cataclismi di questo tipo (è stato confermato da
geologi ed astronomi) sono una cosa avvenuta con buona certezza, nel passato del
nostro pianeta.
Riportiamo un fatto curioso. Tanto per non lasciare intatta nessuna via di
indagine, si decise di far eseguire ad una sensitiva in stato di trance un esame
psicoscopico su una pietra incisa, di cui ella non conosceva né la provenienza
né la storia. Questo il risultato:
"Vedo due individui. Un occhio vigile che guarda; un pungolo nella mano dell’altro. Com’è veloce il disegno! Quasi nemmeno pensato ed è già finito. è l’occhio di chi guarda, però, che sta guidando. La pietra mi dice: pazienza e osservazione. La vedo in mezzo ad altre. Non a caso i disegni sono ripetuti in tutta una serie. La soluzione è nella serie: non c’è il tre senza il due, non c’è il quattro senza il tre. Io vado dentro la terra … vado a segnare. Io segno, tu mi guardi. Tu con gli occhi mi dici quello che devo segnare e io segno quello che tu dici, perché tu sei che sai. Io non so. Io eseguo con la mano quello che tu mi dici con gli occhi, perché tu sai. Tu sai la vita: tu sai il prima e il dopo; tu sai dirmi come sarà, tu sai dirmi quello che è stato. Io solo segno. Altri ancora segnano: altri già prima hanno segnato”. Improvvisamente la sensitiva comincia ad agitarsi e a respirare affannosamente. “Acqua … vedo acqua. Acqua che bagna e liscia … acqua che lava … lava anche il ricordo! Lava tutto. Quanta acqua! Quanta acqua al passaggio di chi è stato! Basta! Non posso più tenere questa pietra! Non la voglio più! Toglietemela! … Ah, la mia testa! Che strano … la mia testa è una pietra nera come quella che avevo in mano …".
Come detto all’inizio, molte delle pietre di
Ica rappresentano anche operazioni chirurgiche. E le operazioni erano veramente
di qualunque genere: trasfusioni, agopuntura con funzione anestetica, parti
cesarei, rimozione di tumori, operazioni a cuore aperto (ricordiamo che siamo in
anni antecedenti alle prime operazioni di Christian Barnard), a polmoni e reni,
addirittura al cervello. Altre figure mostrano come i pazienti, prima di essere
operati, fossero intubati e collegati a macchinari di alimentazione cardiaca;
altre ancora mostrano strumenti chirurgici di estrema precisione; in altre
ancora i corpi sono stati raffigurati in trasparenza, in modo che possano essere
visibili gli organi interni, a testimonianza dell’avanzata conoscenza e a
sottolineare che la struttura fisica degli individui era uguale alla nostra. Si
tratta di raffigurazioni tali, è pleonastico dirlo, da far supporre un’estrema
conoscenza medica da parte degli autori delle incisioni. Per far capire come
questa conoscenza fosse stupefacente, faremo soltanto un paio di esempi. Come
detto, molte incisioni rappresentano operazioni di trapianti d’organo. Una
costante di ogni rappresentazione è la presenza, nella scena di una donna
incinta: in ogni scena, la donna è collegata, tramite una sorta di cannula
inserita nell’arteria radiale, sia al cuore rimosso dal donatore, sia al
paziente ricevente. è evidente che la donna sta trasfondendo il proprio sangue
sia al donatore che al ricevente. Riflettendo su questo punto Cabrera ipotizzò
che nel sangue delle donne in gravidanza vi fosse una sostanza (un ormone, un
enzima) capace di bloccare o limitare il problema principale dei trapianti, cioè
il rigetto. Nel 1980 due medici, Ronald Finn e Charles St. Hill di Liverpool,
condussero una serie di esperimenti legati alle intuizioni di Cabrera. Operarono
trapianti di fegato, di reni e di cuore in animali trasfusi con plasma prelevato
da femmine gravide e notarono un sensibile regresso dei fenomeni legati al
rigetto. I due dottori non riuscirono ad identificare la sostanza che bloccava
il rigetto, ma ipotizzarono che si trattasse di un ormone immuno-depressorio,
cioè un ormone diverso dal progesterone (un ormone femminile fondamentale
durante la gestazione e la gravidanza) conosciuto ed utilizzato già dal 1934 e
non sempre rivelatosi efficace per prevenire l’aborto, che altro non è che un
rigetto. Questo processo, come detto, ci è noto soltanto dal 1980; gli autori
delle incisioni, invece, lo conoscevano già. Altro esempio: su una delle pietre
è rappresentato, in tutte le sue fasi, un trapianto di cervello. Per noi si
tratta di un’operazione impossibile da eseguirsi: al nostro livello di
tecnologia, siamo in grado di mantenere le funzioni vitali cerebrali, ma non di
unire il cervello trapiantato al bulbo rachideo, al midollo spinale, ai numerosi
nervi presenti. Gli autori delle incisioni, però, pare fossero in grado di
farlo.
La conclusione di Cabrera fu che gli autori di quelle pietre avevano raggiunto
una vasta e profonda conoscenza della scienza medica. Le cinquanta pagine del V
capitolo del suo libro sono dedicate alla spiegazione di come venivano eseguite
operazioni chirurgiche molto complesse, soprattutto quelle di trapianto di vari
organi. Quanto alle terapie mediche, unendo le conoscenze desunte dalle
incisioni con quelle acquisite dalla moderna medicina occidentale, Cabrera ha
proposto un nuovo ordinamento molecolare che ha descritto in una tesi dal titolo
Teoria Biomicrofisica di Immunologia del Cancro, a cui ha collaborato il
suo assistente, il dottor Luíz Cáhua Acuña.
Per quello che riguarda la “flora e fauna”, su alcune pietre si possono
osservare, oltre ai dinosauri, molte specie animali comparse molti anni dopo i
grandi sauri e non tutti appartenenti alla fauna delle Americhe, quali struzzi,
canguri, pinguini, cammelli e altri. Tra gli “altri”, vi è la rappresentazione
di cammelli e lama con zampe di cinque dita. Esaminando le incisioni, Cabrera si ricordò che un archeologo peruviano, Julio C.
Tello, aveva pubblicato uno studio sui queros (stoffe con figure
intessute) di stile Tiahuanaco in cui erano rappresentati lama con cinque dita,
come nei lama preistorici e a differenza di quelli attuali, che hanno zoccoli
bipartiti. Alcuni studiosi avevano giudicato quei disegni come il prodotto della
fantasia di artisti pre-colombiani che avevano voluto umanizzare i lama. Ma, a
distanza di pochi anni, lo stesso Julio Tello aveva scoperto scheletri di lama
con cinque dita. Questo ritrovamento, che avrebbe dovuto interessare archeologi
e paleontologi, passò del tutto inosservato, così come era stata ignorata la
scoperta di antropologi indiani, comunicata alla Accademia delle Scienze
dell’U.R.S.S. nel 1973, di fossili umani estratti da rocce mesozoiche (fra i 230
e i 63 milioni di anni fa). Cabrera ebbe questa notizia dal dottor A. Zoubov,
antropologo russo e membro dell’Accademia delle Scienze, in occasione di una sua
visita per una serie di conferenze nei paesi latino americani.
Parlando, invece, delle razze della Terra, su alcune pietre si possono
distinguere esseri all’apparenza simili agli uomini, ma dotati di coda. Secondo
un importante ricercatore, Charroux, che incontreremo anche in seguito, si
tratterebbe di una civiltà a metà fra uomini e sauri. Un’ipotesi che trova
conferma in molti racconti mitologici antichi, i quali narrano e riportano di
“uomini simili a lucertole”.
Viste più da vicino “le pietre dello scandalo”, torniamo ora a tracciarne per
sommi capi la storia.
In effetti, parlando delle pietre di Ica, si è soliti far cominciare la loro
“storia” dallo studio condotto da Cabrera. Le cose, però, non stanno proprio
così. Le pietre e le incisioni su di esse, infatti, erano conosciute dagli
abitanti della zona dell’Ocucaje fin dal ‘500, come ci testimonia il cronista
indio Juan de Santa Cruz Pachacuti Llamqui: nella sua opera, Juan descrive le piedras
manco, ossia “pietre di potere” con estrema precisione, scrivendo
anche come, durante il regno del re inca Pachacutec, in base ad un’antica
tradizione, esse facessero parte del corredo funerario dei nobili. Un altro
riferimento compare anche nel Noticias Historiales, opera dello spagnolo
Pedro Simon conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e risalente al
1626.
In tempi più vicini ma sempre antecedenti a Cabrera, poi, furono Pablo e Carlos
Soldi ad interessarsi alle pietre ed ai loro misteriosi disegni. Proprietari di
grandi haciendas vicine a Ocucaje, incuriositi dai disegni, che
giudicarono opera di fantasia di artisti sconosciuti, cominciarono a raccogliere
quante più pietre possibile, tanto che nel giro di pochi anni collezionarono
migliaia di pezzi. Altri seguirono il loro esempio e, tutti convinti di trovarsi
di fronte a qualcosa di eccezionale, chiesero alle autorità di avviare delle
indagini per scoprire il luogo del ritrovamento, luogo che gli huaqueros
mantenevano ben segreto, e di iniziare uno studio scientifico delle pietre. Ma
inspiegabilmente, fin dall’inizio, ci fu un atteggiamento ostile da parte degli
organi competenti, che poi diede origine a due opposti gruppi in lotta accanita:
quello dei sostenitori dell’autenticità delle pietre, e quello degli oppositori.
Dopo i Soldi, venne Cabrera. Mentre il dottore organizzava la propria collezione
presso la Casa della Cultura di Ica, Cabrera lesse un articolo di Santiago
Agurto Calvo, rettore del Politecnico di Lima, e Alejandro Pezzia, archeologo
peruviano, comparso sul supplemento scientifico del quotidiano di Lima El
Commercio: nell’articolo, i due studiosi affermavano di aver trovato,
nell’agosto di quell’anno, pietre simili a quelle di Cabrera in tombe databili
ad un periodo antecedente a quello della civiltà Inca, tombe nelle quali le
pietre erano probabilmente utilizzate come portafortuna o come rappresentazioni
di divinità, come già indicato da Juan de Santa Cruz Pachacuti Llamqui nella sua
cronaca.
La scoperta di Calvo e Pezzia fu ripetuta dallo stesso Calvo a Max Uhle Hugel,
una zona archeologica protetta. Lì, in una tomba risalente al I secolo a.C.,
Calvo raccolse oltre cento pietre e le fece analizzare dall’Istituto di
Mineralogia del Politecnico del Perù, ottenendo il primo risultato di un certo
rilievo: le pietre, in base allo stato di ossidazione che ricopriva la
superficie, erano databili ad almeno 12.000 anni prima. Una ulteriore conferma
giunse dal vecchio collega di Calvo, Pezzia, il quale rinvenne, in un’altra
tomba pre-incaica, una pietra incisa simile alle Pietre di Ica.
L’articolo pubblicato da Calvo e Pezzia attirò presso Ica numerosi scienziati ed
eminenti studiosi. Molti di loro, anche senza aver esaminato le pietre,
sentenziarono che si trattava sicuramente
di falsificazioni, e neanche troppo ben
elaborate, preparate dallo stesso Cabrera. Il sostenitore principale di questa
linea fu Roger Ravinez, archeologo e membro dell’Istituto Nazionale di Cultura
del Perù, il quale ammise che solo le due pietre estratte dalle tombe da Calvo e
Pezzia erano autentiche, mentre le altre, in tutto simili, erano soltanto falsi.
Che non tutte e settantamila (tante si stima siano state vendute, fino al 1980,
dai contadini di Ocucaje) siano certamente autentiche, è cosa sicuramente
plausibile: dopo il clamore destato dal caso, il valore commerciale delle pietre
era cresciuto vertiginosamente, dunque la loro vendita, per i contadini, era
ottima fonte di ricchezza.
Tra i più importanti “falsificatori” (in spagnolo campesinos, abili
incisori pronti a vendere finti reperti archeologici per raggranellare qualche
soldo con i turisti) di Ica, stando a quanto da loro stesso affermato, ci sono
due contadini, Basilio Uchuya e Irma Gutierrez, che, in un’intervista rilasciata
a A. Rossel Castro per una rivista archeologica peruviana nel 1977, si
dichiararono autori delle incisioni. I soggetti, dichiaravano i due, arrivavano
dalle fonti più varie (fumetti, illustrazioni, libri scolastici e giornali); a
lavoro finito, bastava mettere le pietre nel pollaio e le galline provvedevano a
depositarci sopra una patina d’antico. Un’ipotesi plausibile, ma impossibile per
vari motivi. Tanto per cominciare, come detto prima, le pietre erano conosciute
fin dal ‘500; in secondo luogo, per realizzare settantamila incisioni, i due
contadini avrebbero dovuto lavorare giorno e notte per almeno trent’anni, ad un
ritmo di una pietra al giorno! Se si considera poi la durezza relativa delle
pietre, vicina a quella del diamante, il loro presunto lavoro di incisori va
incontro ad una difficoltà maggiore. Considerando, ancora, le analisi geologiche
ed il fatto che i due contadini erano praticamente analfabeti e, di fatto,
sprovvisti di conoscenze scientifiche anche elementari (fondamentali per la
realizzazione della maggior parte delle incisioni e certo non rinvenibili
solamente dalle fonti da loro citate), le affermazioni di Uchuya e Gutierrez
sono definitivamente smentite.
Non tutti, naturalmente, sostenevano la falsità delle pietre. Robert Charroux,
per esempio, nel 1977 condusse un’indagine all’insaputa di Cabrera, andando a
intervistare i due contadini presunti autori delle incisioni. Dopo essersi
convinto che questi mentivano, nel suo libro L’Enigme des Andes, confermò
l’eccezionalità della scoperta di Cabrera: “Accettando l’autenticità delle
pietre la storia del mondo dovrebbe essere riscritta da capo, ma gli uomini di
scienza non accetteranno mai di fare una simile rivoluzione”.
Dalla parte di Cabrera, anche il ricercatore francese Francis Mazière, famoso
per il pionieristico lavoro svolto sulla cultura polinesiana dell’isola di
Pasqua: dopo un accurato lavoro di reperimento e studio, nel 1974 Mazière ha
definito le pietre come “l’enigma archeologico più sconcertante del
sud-America”, escludendo la possibilità di falsificazioni.
Incurante della campagna denigratoria che gli veniva mossa da ogni parte,
Cabrera trasformò il proprio studio medico in museo e continuò lo studio e la
classificazione delle pietre. Come avevano fatto Calvo e Pezzia prima di lui,
anche Cabrera richiese a due enti competenti, la Compagnia di Ingegneria
Mineraria Mauricio Hochshild e l’Istituto di Mineralogia e Petrografia
dell’Università di Bonn, analisi sui suoi reperti; le analisi dell’Università di
Bonn furono condotte dal dottor Eric Wolf, il quale fornì un risultato identico
a quello della Compagnia di Ingegneria Mineraria Mauricio Hochshild e a quello
di Calvo e Pezzia: le incisioni sulle pietre risalivano a 12.000 anni fa.
Va detto, per inciso, che, recentemente, il ricercatore spagnolo, Vicente Paris,
ha ottenuto una pietra dal professor Cabrera facendola analizzare a Barcellona
da José Antonio Lamich del gruppo di ricerca Hipergea. Le analisi purtroppo
hanno dato esito negativo, rilevando segni di carta abrasiva e lavorazione
recente. Cabrera ha ammesso che parte della sua collezione viene dal campesino Basilio Uchuya, uno dei principali falsificatori delle pietre,
dunque è possibile che la pietra analizzata da Paris sia un falso.
Confortato da questo risultato, Cabrera continuò lo studio delle sue pietre.
Analizzandole, abbiamo già visto quali furono le sue incredibili scoperte. Non
abbiamo ancora parlato, però, della teoria di Cabrera circa gli uomini
rappresentati nelle pietre, probabili autori delle incisioni. Per introdurre
queste teoria, e per completare l’analisi degli studi di Cabrera, dovremo
osservare ancora una volta le pietre da vicino.
Studiando sistematicamente un gruppo di circa 500 pietre, Cabrera si accorse che
certi segni (spirali, triangoli, rombi, reticoli, foglie, frecce, linee) si
ripetevano in posizioni diverse, a seconda delle diverse situazioni. Ne dedusse
che si doveva trattare di una qualche forma di crittografia. Alla fine, con una
buona dose di intuizione e di fortuna, riuscì a interpretare il significato di
un buon numero di segni e arrivò a decodificare quella specie di linguaggio
simbolico: la foglia era il simbolo della vita e indicava la trasformazione
dell’energia solare in energia elettronica; le linee parallele erano il simbolo
della vita vegetale, di un’energia organica e biologica di grado inferiore; le
quadrettature oblique e le losanghe indicavano la vita animale; le linee
verticali e orizzontali, la vita umana; le piramidi, complessi energetici di
assorbimento, accumulo e distribuzione di energia.
L’elemento di questo oscuro linguaggio fu individuato da Cabrera nella foglia.
In molte pietre, gli individui impegnati in attività importanti portavano dei
copricapo apparentemente formati da piume (ma un più attento esame rivelò
trattarsi di foglie), mentre altri individui, nelle stesse scene, ne erano
sprovvisti, quasi a suggerire la presenza di vari tipi con caratteristiche
diverse. Cabrera contò più di cento posizioni in cui la foglia era collocata
all’interno delle composizioni, evidentemente per suggerire differenti
interpretazioni a seconda di come era accostata ai vari elementi. Cabrera si
chiese se la costante presenza di foglie non indicasse una funzione particolare.
In molte incisioni, i raggi di sole si insinuavano fra le foglie dei copricapo
dei personaggi importanti e terminavano alla base delle loro teste, proprio
nella zona della ghiandola pineale, o epifisi, presente alla base del cervello,
in prossimità della nuca. Oggi sappiamo che l’epifisi è responsabile della
produzione della melatonina, un ormone legato al sistema delle endorfine, che presiede ai ritmi
del sonno e della veglia, e quindi all’alternanza energetica senza la quale un
organismo non può reggere. Benché si trovi all’interno della scatola cranica,
riceve la luce del sole attraverso un circuito nervoso che trasmette la luce
dalla retina fino alla ghiandola. Più di venti anni fa, quando l’epifisi veniva
ancora definita inutile, Javier Cabrera rilasciò queste dichiarazioni alla
rivista argentina El Insolito:
"Si sa che le foglie si sviluppano per mezzo della fotosintesi e perché la fotosintesi avvenga è necessaria la luce del sole, fonte primaria di energia. Allo stesso modo la ghiandola pineale cattura l’energia solare cosmica e la trasforma in un altro tipo sconosciuto di energia, che io chiamo energia conoscitiva. Le foglie che compaiono sulle teste di alcuni individui sono una rappresentazione simbolica di un mezzo che permetteva loro di stimolare il cervello, per sviluppare le loro funzioni conoscitive, così come di convertire l’energia solare e cosmica in un tipo di energia conoscitiva. Sfruttando l’attività della loro ghiandola pineale, quegli esseri erano in grado di trasformare il corpo organico in corpo puramente energetico. Mi chiedo se la nostra umanità sarebbe in grado di gestire una simile fonte di energia. Guardando a quanto accade oggi con il nucleare, direi di no."
Un altro dettaglio a conferma del ruolo che l’epifisi doveva avere nel fornire non solo energia conoscitiva ma anche organica appare nelle medesime incisioni con gli individui trafitti dai raggi di sole. Le teste, disegnate di profilo, hanno una bocca piccolissima, chiusa dietro da una specie di graffa, chiara allusione al fatto che quegli esseri non si alimentavano per via orale. Stupefatto dall’enorme sapere di quegli strani esseri, come testimoniato dalla varietà di conoscenze rappresentate sulle pietre, Cabrera decise di chiamare quegli antichi esseri “Antenati Superiori” e definì la loro civiltà “Glittolitica”. E riguardo il loro aspetto inconsueto (corpi piccoli e tondi da bimbi e teste grandi con profili adunchi da vecchi):
"Per quanto riguarda le figure umane rappresentate nelle incisioni, anche se è probabile che non vi sia una estrema fedeltà ai modelli, dato che si tratta di disegni simbolici, penso tuttavia che per certi aspetti non fossero diversi da come appaiono. è evidente la sproporzione fra la testa, il corpo e gli arti. La testa è voluminosa, e ancor più il ventre; gli arti superiori sono lunghi, le mani hanno dita sottili e il pollice non è in posizione opposta. Gli arti inferiori sono robusti e corti. Dato che la finalità dell’umanità glittolitica era l’aumento delle qualità intellettive per incrementare e conservare le conoscenze acquisite, la conformazioni fisica degli individui dovette adattarsi al costante esercizio delle funzioni conoscitive. Pertanto il cervello doveva avere dimensioni notevoli; le braccia potevano non essere robuste e le mani, non dovendo assolvere a funzioni meccaniche, non avevano bisogno di un pollice in posizione opposta. Le gambe corte e forti e il ventre pesante, spostato in basso, bilanciavano il peso della testa, sproporzionatamente grossa."
|
La cittadina di Ica, parte dell’antico impero Chincha, situata a nord di Nazca e a circa trecento chilometri da Lima, suscita un particolare interesse per le sue pietre e non perché queste siano ciclopiche, ma perché inquietanti. Sopra queste pietre si trovano incise cose considerate fuori da ogni schema tradizionale e razionale, più appartenenti alla sfera dell'impossibile. In questa foto possiamo vedere la rappresentazione di "energie sconosciute". |
I vari individui appartenenti a un diverso
livello evolutivo, che Cabrera identificò in cinque tipi differenti, sono
riconoscibili da certi segni caratteristici che rivelano le loro diverse
capacità e attitudini.
Ma da dove arrivavano le conoscenze di questa antica civiltà? Per rispondere a
questa domanda, che si ricollega ai cinque gruppi evolutivi di cui appena più
sopra, osserviamo ancora le pietre. In una incisione appare, in forma simbolica,
il processo di trasmissione di codici di conoscenza fra esseri di diversa
struttura ed evoluzione. Su un lato della pietra, si può osservare il disegno di
un individuo dal copricapo di foglie (perciò un essere superiore), mentre,
sull’altro lato, si nota un essere dall’aspetto quasi animalesco. Una delle
foglie che coronano la testa dell’essere superiore si allunga fino a inserirsi
nella testa dell’altro individuo: ricordando che la foglia è il simbolo della
carica energetica e dell’evoluzione intellettiva, è evidente, in questa
incisione, l’allusione alla possibilità di trasmettere informazioni da soggetto
a soggetto. Le incisioni suggerirebbero, insomma, che l’evoluzione umana non
sarebbe stata un processo naturale e spontaneo, ma sarebbe stata programmata e
diretta da individui appartenenti a una civiltà più avanzata su soggetti
biologicamente e intellettualmente inferiori. Secondo Cabrera, gli autori delle
incisioni sarebbero stati proprio gli individui che, una volta ricevuti i
codici di conoscenza, furono in grado di tramandare quanto era stato loro
trasmesso.
Su una delle pietre è presente un disegno a noi
oggi familiare. È la rappresentazione del DNA?
Visti tutti questi fatti, cerchiamo di tirare le somme di quanto detto finora.
Secondo Cabrera, in base a quanto riportato dalle pietre, almeno 12.000 anni fa
(ma forse anche 65 milioni di anni fa) sulla Terra sarebbe esistita una razza,
la razza Glittolitica, in possesso di conoscenze scientifiche al di là di ogni
nostra immaginazione. L’origine di questa razza rimane, naturalmente, avvolta
nell’oscurità. Per Cabrera potrebbe trattarsi di una razza di origine
extraterrestre, insediatasi in Perù ed entrata in contatto con i primi ominidi,
i quali sarebbero stati oggetto di esperimenti per un’evoluzione guidata del
genere umano. Questa teoria conferma quella espressa nel volume Perù,
incidents of travel and explorations in the lands of Incas,
pubblicato a New York nel 1887. L’autore, Ephraim George Squier, un archeologo
nord americano, dopo aver studiato minuziosamente le civiltà dell’antico Perù,
si era convinto che nella storia peruviana erano esistite due distinte epoche
culturali: una situata in un tempo molto lontano, detentrice di una conoscenza
scientifica molto avanzata, e l’altra, quella degli Incas, di un livello
culturale molto più basso. Squier pensava che fra queste due culture doveva
essere intercorso un tempo difficile da precisare, ma enorme. Era anche convinto
che le gigantesche costruzioni sparse nel territorio peruviano erano la
testimonianza di una tecnologia avanzatissima, patrimonio di una umanità
sconosciuta. Trovandosi nelle vicinanze di un’immane catastrofe planetaria
(forse quella che ha causato l’estinzione dei dinosauri, causata da un evento
naturale o da un uso sbagliato della propria tecnologia), questa civiltà,
consapevole della propria fine, avrebbe affidato a delle pietre la memoria della
propria esistenza, della propria cultura e della propria sapienza ed un monito a
non commettere gli stessi errori. Scomparsi i glittolitici (estintisi o, più
probabilmente, ripartiti verso il proprio mondo di origine, che Cabrera
individua nelle Pleiadi, [coincidenza: in Perù, il giorno di San Giovanni si
festeggia l’Inti Raimi, il dio Sole: ricordando il momento in cui la Terra si
trovava perfettamente allineata con il Sole e le Pleiadi]), la Terra sarebbe
ripiombata nella preistoria, facendo diventare ciò che era realtà un mito, un
racconto di fantascienza, un’assurda fantasticheria.
E siamo alla conclusione della storia. Anche perché il suo più
importante personaggio, il dottor Cabrera, è scomparso di recente e, con lui, è
venuto scemando anche l’interesse per le pietre di Ica. Quale sia la verità,
probabilmente non lo sapremo mai. Però, osservando quelle pietre, non si può non
pensare che il passato, a volte, potrebbe dover ancora venire.
IMMAGINI DI ALCUNE PIETRE DI ICA (by Alex)
WEBGRAFIA
PER SAPERNE DI PIù:
ICA: UNA PIETRA
DI TROPPO
di Mauro Paoletti (per Edicolaweb)
|
LE PIETRE DI ICA In una biblioteca di pietre la storia misteriosa di una umanità "diversa" vissuta 65 milioni di anni fa
di Cornelia Petratu e Bernard Roidinger Edizioni Mediterranee
Gli autori illustrano una scoperta sensazionale, che comporta
la necessità di riscrivere la storia dell'uomo sul pianeta Terra. Si tratta
di una vera e propria glittoteca - biblioteca di pietre incise - che traccia
una storia di una umanità vissuta 65 milioni di anni fa. Ica è una località
del Perù, sul fiume omonimo, non lontano dai famosi
Altipiani di Nazca, sui
quali sono state rinvenute le piste figurate che secondo alcuni potevano
essere utilizzate dagli extraterrestri. Un nuovo grande mistero, dunque: una
storia delle origini dell'uomo finora assolutamente sconosciuta, che gli
Autori comprovano con il sostegno di ampie ricerche scientifiche.
"Se si trascurano questi
fatti, fa' attenzione, Victor Hugo
Gli Autori:
Cornelia Petratu,
nata a Bucarest, ha studiato Scienza della Comunicazione, Scienze Politiche
e Romanistica a Monaco di Baviera. Nella sua attività professionale (Süddeutsche
Zeitung e Bayerischer Rundfunk) si è occupata di temi contemporanei.
Attualmente lavora per Radio Free Europe/Radio Liberty. |
LE PIETRE INCISE DAGLI DEI
L’astronauta di Palenque. Il tesoro del dottor Cabrera: rocce aliene del Mesozoico. Visitatori dalle Plejadi. I falsi reperti di Basilio Uchuya. Il disco genetico. Quando gli "dei" scesero in Canada: la lastra extraterrestre di Leonardo Romano.

Palenque, Messico, ai giorni nostri. Decine di curiosi visitano il Tempio delle Iscrizioni Maya, datato 692 d.C. e scoperto nel 1949 dall’archeologo Albert Ruz Lhuillier. All’interno di questa gigantesca piramide i turisti osservano, in un gigantesco sarcofago di pietra, sigillato da una pesantissima lastra rettangolare finemente istoriata, le spoglie mortali del sovrano Pacal. Ai più smaliziati non sfugge una stranezza: il disegno riprodotto sulla pietra tombale, vecchio più di un millennio, sembra rappresentare con incredibile precisione uno dei nostri moderni razzi in volo. La sagoma dell’ordigno è perfettamente aerodinamica, con tanto di piedini di atterraggio e getto propulsivo alla base. Al suo interno si vede il re Pacal, posizionato come un moderno astronauta, mentre aziona con le mani e con i piedi delle leve, e guarda dentro uno speciale oculare. Dunque, più di mille anni fa un sovrano maya aveva viaggiato a bordo di un’astronave spaziale? Oppure la pietra di Palenque ricorda, in maniera un po’ confusa e mitizzata, il passaggio di visitatori alieni sulla Terra? O ancora, come sostengono gli scettici, la raffigurazione ha semplicemente un significato simbolico del tutto terreno? A questi interrogativi non è mai stata data una risposta definitiva anche perché, inspiegabilmente, l’archeologia ufficiale sembra continuare ad ignorare di proposito l’enigma delle pietre che raffigurano gli dei.
I PETROGLIFI DI ICA
Nella minuscola città di Ica, in Perù, viveva un insolito personaggio, il medico Javier Cabrera Darquea; quest’ultimo custodisce religiosamente, nel suo museo personale, oltre 20.000 pietre di andesite di diverse forme e proporzioni, alcune piccole e piatte e color grigio-ocra e altre pesanti sino a 200 chili. Tutte hanno una curiosissima caratteristica, sono interamente coperte da elaboratissimi disegni preistorici che raffigurano tecnologie perdute o sconosciute! "Ho incontrato Cabrera nel 1991 - ha dichiarato il giornalista americano Brad Steiger - e ho esaminato le pietre trovate a Ica. Sopra di esse gli uomini preistorici avevano disegnato degli indigeni che volavano su uno pterodattilo ed osservavano con un cannocchiale uno stegosauro, il che mi stupiva non poco, visto che ufficialmente i dinosauri si sono estinti molto prima della comparsa dell’uomo sulla Terra. E c’erano anche figure di animali bizzarri, sconosciuti, e rappresentazioni dettagliate di chirurgia moderna, come un’operazione a cuore aperto la cui conoscenza non era possibile nell’antichità; in una pietra era poi descritta nientemeno che la deriva dei continenti ... Nessun uomo preistorico poteva essere al corrente di simili informazioni sia del passato che del futuro. Nelle pietre più grandi c’era tutta la mitologia e l’astronomia, basata su un calendario di tredici mesi, di un popolo vissuto 230 milioni di anni fa, nell’era Mesozoica. Questa antica popolazione discendeva da una razza extraterrestre che aveva visitato la Terra 400 milioni di anni fa. Tutto questo si ricava dallo studio delle pietre ...". Per avere conferma di queste incredibili asserzioni, Cabrera ha sottoposto alcuni reperti al geologo americano Ryan Drum, che ha dichiarato: "Ho studiato le rocce a 30 e 60 ingrandimenti con uno microscopio elettronico e non ho trovato, nelle incisioni, tracce di manipolazioni. Se le pietre sono genuine , allora hanno un incredibile valore; se sono uno scherzo, per il loro numero, la mole e l’accuratezza dei dettagli dovremmo studiare antropologicamente il loro autore ...". E Joseph Blumrich, un ex-esperto della NASA convinto che in passato la Terra sia stata visitata da alieni, ha commentato: "Sono rimasto profondamente impressionato da ciò che ho visto. E sono molto felice di avere trovato un’evidenza così diretta di ciò in cui credo. Non ho alcun di dubbio sull’autenticità di queste pietre". "In molte di queste pietre - ribadisce Steiger - si vedono i progenitori dell’homo sapiens, esseri prima anfibi, poi rettili ed infine mammiferi, comunque anteriore alle scimmie. Cabrera è convinto che questi esseri siano stati manipolati geneticamente da una razza proveniente dalle Plejadi, che aveva una base esplorativa su Venere. Questi alieni seguivano un ben preciso piano scientifico. Sfortunatamente le loro creature vennero annientate dallo stesso cataclisma che ha sepolto sotto tonnellate di roccia le pietre di Ica". "Ho raccolto 20.000 pietre - ha dichiarato Cabrera - ma ne esistono molte di più, almeno 50.000. É necessario che si crei una commissione di studio e che il governo peruviano istituisca un sistema di vigilanza permanente per proteggere questa ricchezza nazionale".
E SE FOSSE UNA TRUFFA COLOSSALE?
La scienza ufficiale non condivide l’entusiasmo del dottor Cabrera, ma anzi si dice sicura che le migliaia di pietre non siano nulla di più che dei falsi che gli indigeni del posto rifilano ai turisti creduloni. Federico Kauffmann Doig, uno dei più prestigiosi archeologi peruviani, ha commentato: "A livello scientifico il problema delle pietre di Ica non andrebbe neppure discusso. Mi limiterò a dire che già nel 1967 venne rintracciato uno degli autori di queste pietre: si chiama Basilio Uchuya e ha confessato di essere l’autore delle incisioni sulle pietre laviche. Non credo che l’argomento meriti più indagini di quante non ne siano state già fatte". E Viviano Domenici, responsabile delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, ha ribadito: "Gli esseri raffigurati sulle pietre fanno cose strabilianti: trapiantano cuori, fegati e cervelli con coltellacci da cucina poco consoni al loro altissimo livello tecnologico, ma del tutto uguali a quelli che i contadini peruviani, i falsari, usano ogni giorno. La stessa incongruenza la si riscontra nelle cavezze che imbrigliano gli animali fantastici, che sono identiche a quelle dei moderni asinelli. Anche nella strumentazione astronomica gli extraterrestri di Ica rivelano poca fantasia e rimirano il cielo stellato con cannocchiali che sembrano usciti da un film di pirati. Quanto ai dinosauri e alla deriva dei continenti, queste immagini sono copiate di sana pianta dai libri di scuola ...". Di diverso parere era lo studioso francese Robert Charroux che, nel 1977, commentava: "Ho esaminato le pietre false incise da Uchuya e la differenza è palese, il tratto è pesante e grossolano. Non è possibile confondere questi disegni così maldestri con le magistrali incisioni autentiche. Vorrei sapere poi come ha fatto Basilio a realizzare, dal 1960 al 1967, ben 11.000 pietre. Esiste poi una collezione analoga, in Colombia. L’archeologo dilettante Jaime Gutierrez Lega ha raccolto un centinaio di piccole pietre, la più interessante delle quali, ribattezzata il disco genetico, è larga 22 centimetri e riporta, finemente incisa, quella che Gutierrez ritiene la struttura microscopica dei geni e dei cromosomi ...".
LINEE DI NAZCA, PIETRE DI ICA
Il giacimento delle pietre di Ica si trova a Sallas ed è stato messo a nudo da un terremoto. "Molte altre pietre - conferma lo studioso Yves Naud - arrivano da una zona ad una trentina di chilometri a sudovest di Ica, accanto il fiume omonimo, verso Ocucaje. Le pietre vengono perlopiù trafugate da tombe dagli indios, che le vendono a Cabrera o ai turisti. A Ocucaje non c’è famiglia contadina che non ne conservi almeno una. E sebbene gli scettici continuino a parlare di un falso, è certo che i graffiti sono noti almeno dal XVII secolo, come testimoniano i documenti dell’epoca. Se le pietre non hanno attirato l’attenzione degli archeologi, è perché la zona è estremamente ricca di reperti molto più preziosi ed interessanti, dai vasi Paracas alle selci lavorate. Un’eredità preistorica troppo abbondante ha reso i peruviani indifferenti alle pietre di Ica". Cabrera è convinto che i disegni di Ica siano collegati alle Linee di Nazca. Sia sulle rocce di Ocucaje che nella pampa andina comparirebbero difatti i medesimi disegni. A detta di Cabrera, i tracciati andini sarebbero stati ricoperti, in passato, da un materiale sconosciuto, superconduttore e resistente alle alte temperature, che permetteva alle navi spaziali dei Plejadiani di atterrare in caduta libera senza alcun danno. Conferma a queste opinabili teorie venne nel maggio del 1975, quando il geologo Klaus Dikudt dell’Università di Lima disse di avere rintracciato, lungo le linee, " frammenti di un materiale scuro, traslucido, infrangibile, leggero ma estremamente duro, tanto da rigare il quarzo. Il materiale analizzato aveva reagito in modo anomalo a tutti gli esami, ed era rimasto intatto perfino sottoposto ad una temperatura di 4000 gradi. Non si trattava di frammenti di meteoriti. La composizione e la provenienza di questo materiale resta ignota ...
LA PLACCA METALLICA DI EDMONTON
Il mistero delle pietre incise dagli "dei", o quanto meno dai loro discendenti, resta irrisolto. Sia la simbologia presente sulle pietre di Ica, vere o false che siano, sia i complessi glifi maya che circondano la lastra tombale di Palenque, solo parzialmente decifrati, sembrano ricordarci un passato remoto in cui la Terra, forse, era meta di visite da altrove. Indubbiamente è molto facile e comodo negare questa interpretazione, come frutto di un’accesa fantasia, ma negare non significa spiegare. Per questo motivo, dunque, gli enigmi di Ica e Palenque non sono mai stato risolti. Storie di pretese comunicazioni scritte o disegnate lasciate da qualcuno che, nella notte dei tempi, ha cercato di fornire una testimonianza scientifica agli uomini del futuro ricorrono ripetutamente nelle cronache documentate di questa umanità e non appartengono soltanto ad un remoto passato attorno al quale è possibile speculare senza alcun freno. Il 4 novembre 1967 Leonardo Romano, un nostro connazionale che si trovava a Edmonton, in Canada, vide dalla finestra di casa sua un globo luminoso atterrare sul campo antistante. Accanto ad una porzione di terreno erboso vistosamente bruciata, Romano trovò una minuscola lastra metallica lunga 17 centimetri e spessa solo un millimetro, coperta finemente da una serie di lettere non appartenenti ad alcun alfabeto terrestre conosciuto. Questo reperto, che qualche migliaio di anni fa sarebbe stato considerato un dono degli dei e per questo sarebbe stato ricopiato all’infinito, come le pietre di Ica, è stato ignorato, ancora una volta, dalla scienza ufficiale. E pertanto ancora una volta il mistero, forzatamente, permane (REPUBLIK.org).
LE PIETRE DI ICA: QUALCHE COMMENTO IN PROPOSITO ...
(con riflessioni di: Giuseppe Sermonti, Viviano Domenici,
Elisabetta Rosaspina, James Randi, Henri Broch)
Stories last longer than men, stones than stories, stars than stones
(John Barth, Perseid)
Un giudizio di valore sull'argomento trattato è di quelli che non hanno vie di mezzo: o si tratta di una questione della massima importanza, capace di gettare una nuova luce sulla protostoria dell'umanità, oppure di una disprezzabile falsificazione senza valore. Accade purtroppo sovente, però, che ci si "schieri" in favore dell'uno o dell'altro "partito" soltanto in funzione della propria "ideologia", della proiezione dei propri "desideri" concettuali, anche inconsci, del grado di fiducia nella propria visione del mondo, o della resistenza a modificarla. (continua ...)
WEBGRAFIA