CIVILTà PERDUTE - Machu Picchu

 

 

Nel 1532, sulle montagne delle Ande, in Perù, il conquistatore spagnolo F. Pizarro attirò in un tranello e  strangolò brutalmente il re Incas Atahualpa. Il re maledisse i suoi uccisori e questi morirono tutti. Il fratello del re, Manco Capac, si rifugiò sulla cima della montagna, in una città segreta chiamata Machu Picchu e i suoi nemici non riuscirono mai a trovarlo. La città fu poi abbandonata e dimenticata.

Da quando fu riscoperta, il 24 luglio del 1911, dal nordamericano Hiram Bingham, MACHU PICCHU è stata considerata per la sua stupefacente magnificenza e armoniosa costruzione, come uno dei monumenti architettonici e archeologici più importanti del pianeta.
 

 

Posta a 2400 metri sul livello del mare, nella provincia di Urubamba, dipartimento di Cusco, MACHU PICCHU (vetta antica, in spagnolo) sorprende per la forma in cui le pietre si dispongono su una collina stretta e a più livelli, e come bordi una cresta di 400 metri che forma un valico dal quale si arriva al fiume Urubamba.
Cittadella circondata dal mistero perché, fino al momento, gli archeologi non hanno potuto decifrare la storia e la funzione di questa città di pietra di quasi un chilometro d'estensione, eretta dagli INCA in una zona geografica magica dove confluisce l'andino e l'amazzonico.

Nell'arte Inca confluiscono vari elementi delle precedenti culture di Chavin, Tiahuanaco e di Chimù ed essa si presenta tecnicamente perfetta, ma priva di fantasia ed immaginazione. Non così appare la situazione a Machu Picchu, grande città fortezza modellata secondo una tipologia costante e collegata attraverso una rete stradale con Cuczo. Gli edifici, chiusi verso l'esterno sono in genere privi di decorazioni e sono costituiti da mattoni d'argilla o in pietre sovrapposte a secco.

Forse il mistero non sarà mai svelato; fino ad ora esistono solo ipotesi e congetture: per alcuni fu un posto di avanguardia nel progetto di espansione territoriale degli Inca; altri credono che fu un monastero dove si formavano le fanciulle (ancelle) che avrebbero servito l'Inca e il Willac Uno (sommo sacerdote). Si presume ciò dal fatto che, di 135 cadaveri ritrovati durante le ricerche, 109 furono donne.

La sorprendente perfezione e bellezza delle mura di Machu Picchu, costruite unendo pietra su pietra, senza cemento o altro materiale incollante, hanno fatto sorgere vari miti.

Si narra che un uccello chiamato "Kak`aqllu", conosceva la formula per ammorbidire le pietre, ma che, per ordine forse degli antichi dei incaici, si strappò la lingua per non rivelarla. Si dice anche che esisteva una pianta magica che scioglieva la roccia, che poi si poteva ricompattare.

Ma, a prescindere dai misteri e dai miti, la vera bellezza di Machu Picchu, dichiarato Patrimonio Culturale dell'Umanità, risiede nelle sue piazze, nei suoi acquedotti e nelle torri di avvistamento, nei suoi osservatori e nell'orologio solare, prove della saggezza e della tecnica dei costruttori andini.

Ancora oggi appare misterioso il motivo di una edificazione così difficile in area difficile e soggetta a frane ma alcuni studiosi sono convinti che la cittadella nasconda il grande tesoro, probabilmente un grosso quantitativo d'oro, che Athaualpa fece nascondere agli occhi degli spagnoli invasori.

 

 

MACHU PICCHU - La città

 

di Gerardo Giacummo e Antonia Geninazza Bonomi

( http://www.arcobaleno.net/turismo/machupicchu1.htm )

 

 

A Cuzco si sapeva, nei circoli informati, dell’esistenza nelle vicinanze di estese rovine. Nel 1902, Augustin Lizarraga ne aveva dato notizia, niente però era stato fatto per trovarle.
Machu Picchu entra ufficialmente nella storia il 24 luglio del 1911 ad opera dell’americano Hiram Bingham in coppia al meno noto Albert A. Giesecke. In realtà, è merito di quest'ultimo se il Bingham giunse a scoprire Machu, poiché Giesecke gli presentò un campesino della zona, Melchor Arteaga, che lo accompagnò sul posto. Dopo la scoperta, decine di anni dopo, da un fondo cartaceo degli archivi dei frati agostiniani di Cuzco, si apprenderà la conoscenza di estese rovine nella zona, poiché nel 1890 il francese Charles Wiener e l’italiano Antonio Raimondi, reduce dalle lotte per la Repubblica Romana nel 1848 e morto a San Pedro in Perù nel 1890, avevano fatto comunicazioni circa rovine importanti nella zona di Aguas Calientes, Hiram, però, non era a conoscenza di tutto questo.
Dopo il ritrovamento, la presa di coscienza dell’importanza della scoperta fu lenta; i collegamenti erano inesistenti, solo nel 1913 iniziarono i lavori della ferrovia che nel 1928 giunse ad Aguas Calientes. Nel frattempo, fino al 1915 Bingham proseguì negli scavi in lotta continua con le forti piogge: pensate, per soli 3 mesi all’anno piove ogni tanto, per gli altri mesi tutti i giorni e torrenzialmente; tante, troppe scoperte sono state danneggiate e qualcuna distrutta, travolta dall’acqua.

Pioggia e sereno: ecco il perché dell'arcobaleno come simbolo del Perù e in particolare di Machu Picchu, visto che occhieggia in tutte le cartoline locali.

 


I resti della città sorgono su una sella fra due montagne: a nord il Machu Picchu, in mezzo il campo di resti archeologici e a sud il Huayna Picchu, rispettivamente vecchia e giovane montagna; 620 m. più in basso scorre il fiume Urubamba. È sempre il Vilcanota, che ci accompagna dal Valle Sagrado e che prende questo nome dopo la confluenza dell’Aobamba; vicinissimo al fiume è il Ferrocarrill che prosegue verso Quillabamba.
L’ingresso alle rovine è moderno, quello reale lo si usa per l’uscita. L’arrampicata, dopo l’entrata, è di 99 gradini ed è solo la prima di tante salite e discese nell’ambito della visita. Il salire è relativamente faticoso, interrotto ogni tanto per togliere un capo di vestiario che sta diventando di troppo, o per dare un’occhiata alla vallata che giace ai nostri piedi, o per far calmare un po’ l’accelerato battito del cuore e diminuire il fiatone che si impossessa di ciascuno di noi.

Le rovine della città sono sopra di noi, visibili di tanto in tanto: se fossimo arrivati dal Camino Inca l’avremmo vista ai nostri piedi da Intipunku, l’ultima località incaica lungo la strada.
Che cosa sia stata in realtà Machu Picchu nessuno può dirlo con certezza, ma a differenza di Bingham che vi aveva visto una fortezza, l’ultimo rifugio degli Incas ribelli, gli studi degli anni successivi hanno fatto piazza pulita di queste ipotesi.

In base a ritrovamenti documentali si sa che l’ultima località ancora in mano agli Incas era molto più addentro nella selva, in una zona oggi conosciuta come Espiritu Pampa.

 

 


Machu era una piccola cittadina che date le dimensioni non poteva ospitare che poco più di un migliaio di abitanti, compresi i nobili maggiorenti e i sacerdoti, e che era stata costruita all’incirca durante la spinta espansiva dell’Inca Pachacuti, che in questo modo cercava di creare un retroterra ampio per la sua capitale Cuzco. In effetti Machu era la porta d'entrata per la colonizzazione della montagna e della selva, era il naturale sbocco della valle dello Yucay con le terre della vallata del Vilcanota e la fortezza, questa sì era veramente tale, di Ollantaytambo.

Parlando della storia degli Inca, abbiamo accennato a Viracocha Inca, defenestrato dal figlio e andato in volontario esilio proprio in questa direzione. La posizione di Machu in effetti può sembrare quella di un porto franco, un posto dove dalle Tierras Calientes arrivavano i prodotti ricercati che non c’erano nelle terre frias: frutti, tuberi, caccia, animali esotici, foglia di coca, molto probabilmente estremamente importante in questo ambito, e argento.
Ai giorni nostri le speculazioni su un sito del genere non si contano più. Per tantissima gente è un luogo sacro, mistico, esoterico; come per tanti altri monumenti vi si vede tutto e il contrario di tutto e senz’altro molto ha contribuito la descrizione che ne ha fatto Pablo Neruda:

 

"Entonces en la escala de la tierra he subido
entre la atroz marana de las selvas perdidas
hasta ti, Machu Picchu.
Alta ciudad de piedras escalares,
por fin morada del que lo terrestre
no escondiò en las dormidas vestiduras.
En ti, como dos lineas paralelas,
la cuna del relampago y del hombre
se mecian en un viento de espinas".

 

Descrivere Machu Picchu è un problema e un emozione, è essa stessa un’emozione emersa dal profondo dei secoli e della selva. Terminata la salita per l’ingresso eccoci in piena città, e passiamo subito a parlare dei monumenti illustrandoli secondo le più nuove interpretazioni.
La porta di ingresso si discosta dalla forma tradizionale, è perfettamente rettangolare e non trapezoidale come al solito, le pietre sono ben squadrate e portano il segno di successive lavorazioni. Al di là ci si trova nella zona più importante, la cittadella; ai piedi di questo sprone montuoso c’è il Tempio Maggiore, un edificio largo 11 m e profondo 8, con le pareti finemente lavorate, con le sue nicchie perfette regolarmente distanziate. Anche gli Incas nelle costruzioni erano soggetti a imperfezioni, in questo caso infatti l’angolo che vedete rovinato è costruito su un riempimento che nei secoli ha ceduto. Sulla destra di questo tempio c’è una bassa costruzione chiamata Palazzo o tempio delle tre finestre (e due nicchie). La tre finestre e le due nicchie sono finemente lavorate; potremmo pensare che in origine le finestre fossero cinque, visto che le due nicchie hanno le stesse dimensioni delle finestre, se fosse tolta la chiusura e la pietra che fa da basamento.

Alcuni archeologi in riferimento a questo edificio ricordano la leggenda dei cinque fratelli Ayar, mitici antenati degli Incas.
Dietro il Tempio Maggiore una scalinata abbastanza comoda ci porta alla sommità più importante della città, la Hanan, la parte alta. Qui, in uno spazio aperto, una roccia sagomata con al di sopra in posizione eccentrica un prisma ricavato dalla stessa roccia, è l’Intiwatana. Il prisma quadrangolare è alto 36 cm ed è orientato secondo le coordinate NW-SE. Nessuno sa di preciso a cosa servisse; suggerisce l’idea di funzioni astronomiche e, secondo le affermazioni di qualcuno, potrebbe segnare i solstizi e gli equinozi. Noi ci limitiamo al nome: Intiwatana significa "luogo dove si lega il sole".
A poca distanza un’altra pietra che sembra abbia anch’essa la sua importanza; è un blocco di roccia quadrangolare inclinato a circa 45°, con incisa nella parte più lunga una diagonale. Qualcuno ha detto che rappresenta la Croce del Sud.
A valle di questa collina c’è un grande spazio aperto: la piazza e dalla parte opposta l’altra parte della città, la Hurin o città bassa, non solo in senso letterale, ma anche perché era riservata alla parte abitativa per maggiorenti; una lunga scala porta alla cima e le case si succedono una accanto all’altra.
Altro ambiente mantenutosi eccezionalmente bene è la casa dei mortai, così chiamata per i due mortai ricavati nella roccia di base. Una caratteristica che in questa costruzione si può vedere sono le grosse pietre cilindriche che sporgono dalla parete: servivano per legare con corde vegetali il tetto sovrastante.
La prima cosa che Bingham vide, quando scoprì Machu Picchu, fu il tempio del Sole: una costruzione a cilindro aperto su un lato, costruita con pietre finemente lavorate; nella parte sottostante una regolarizzazione della roccia che sostiene il tempio fa pensare quasi ad un mausoleo sepolcrale o meglio ancora ad un altare alla divinità della terra. L’interno del tempio del Sole ha un enorme macigno lavorato in maniera ben strana; non si potrebbe definire altare e nemmeno raffigurazione di un qualcosa. Alle spalle del tempio, in mezzo a due scalinate convergenti, esce acqua che viene incanalata in pozzetti con una serie di salti successivi. Potrebbero essere bagni per abluzioni rituali.
Altro ambiente che qualcuno ha voluto chiamare carcere, è la casa dove la roccia è stata lavorata per dare la rassomiglianza del condor. La roccia è stata regolarizzata, integrata con muri in pietra ben lavorata e per terra la roccia che ha la testa del condor e il collarino bianco. Sembra ben strano voler pensare ad un luogo del genere come ad un luogo di detenzione, sembra piuttosto un luogo con una sua sacralità.

Quello che a Machu Picchu si nota ancora oggi è il grande rispetto per la natura dei suoi costruttori: le acque incanalate scorrono ancora oggi, i materiali utilizzati sono quelli trovati sul posto, la roccia utilizzata per quello che successivamente sarebbe servita (tipo la scala appena abbozzata: alle spalle dell’immagine della scala si vedono blocchi di andesite non ancora lavorati), l’utilizzo dello spazio in funzione del massimo rendimento (basta guardare le Andenes, intatte come cinque secoli fa e costruite con i risultati dello spietramento del terreno e, dove era necessario, integrate con muri costruiti con pietre concatenate alla maniera incaica).
Questa è la descrizione delle pietre, di come sono posizionate, dei luoghi: descrivere l'emozione che si prova è impossibile!

 

 

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ULTIMO AGGIORNAMENTO 25 SETTEMBRE 2003

 

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