CIVILTà PERDUTE - Il Mondo Celtico
(tratto da: IL DOLMEN DI PIETRA di Nicolò Moscatelli Delbaeth)

LA MITOLOGIA
Cesare ci riferisce come i druidi usassero istruire i rampolli dei clan; una simile annotazione è presente anche nella mitologia irlandese, in numerosi testi. è possibile che essi insegnassero con l'ausilio dei brani epici in versi; gli allievi erano dunque chiamati a comprendere i messaggi che vi si celavano, ma ciò, data anche la complessità delle loro metafore, non era semplice: sono testimoni di ciò due brani tratti da differenti versioni del Tain Bo Cualinge. In uno si afferma che Cathbad il druida insegnava a "più di cento persone sbalordite" mentre nell'altro si fa notare che solo "otto di essi erano capaci nelle scienze druidiche".
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Bassorilievo
sbalzato raffigurante |
Le allegorie del loro linguaggio non erano dunque facilmente comprensibili. In tali testi, presumibilmente gli stessi che ci sono tramandati sotto forma di epica eroica, erano presenti alla rinfusa "storia, teologia, filosofia, mitologia, diritto, costume, vaticini. Non sono assenti la grammatica, la geografia, l'etimologia soprattutto, ma ciò che colpisce di più in questa tradizione […] è il rifiuto di separare il mito dalla storia. Contrariamente ai Romani, i Celti hanno pensato miticamente la loro storia e, beninteso, hanno talvolta storicizzato i loro miti." (Jean Markale). "[…] Ciò detto, è possibile che i druidi abbiano volontariamente reso oscuri i loro racconti, in primo luogo per essere compresi solo da coloro che potevano comprenderli, e poi per effettuare in modo migliore una selezione tra coloro che bussavano alla porta della classe druidica". Diodoro Siculo scrive a questo proposito sui druidi: " Parlano poco nelle loro conversazioni, si esprimono per enigmi e nel loro linguaggio fanno in modo da lasciar indovinare la maggior parte delle cose. Essi utilizzano molto l'iperbole, sia per vantarsi essi stessi, sia per sminuire gli altri. Nei loro discorsi sono minacciosi, altezzosi e portati al tragico. Sono tuttavia intelligenti e capaci di istruirsi."
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Brucia profumi a forma di piccolo carro |
I racconti epici tramandati, giuntici in maggiore quantità e, soprattutto,
qualità sono quelli del ciclo epico irlandese, strutturato a sua volta in
diverse sezioni. è grazie alla paziente opera di trascrizione dei monaci
amanuensi cristiani che siamo giunti in possesso di questi testi, che pure hanno
subito inevitabili alterazioni rispetto alla forma originaria per loro mano; la
visione accentratrice della Chiesa cattolica ha causato notevoli mutamenti in
parti considerate superstiziose o immorali, ma nel complesso le opere irlandesi
sono comunque quelle più "pure" in nostra mano, se confrontate ad esempio con il Mabinogion gallese, che ha subito notevoli e pesanti influssi sia da parte della
Chiesa, sia da parte della letteratura "cortese" medioevale, divenendo più
simile ai romanzi di Chretien de Troyes che a un vero poema epico celtico. Come
già detto, la mitologia, oltre alla funzione di mero intrattenimento, era
probabilmente una sorta di ermetica via di trasmissione dei principi druidici,
dalla religione, alla legge, alla poetica, a tutti gli altri numerosi campi di
insegnamento compresi nel druidismo. è quindi ovvio che certuni miti non
possano essere compresi appieno al di fuori di un punto di vista prettamente
celtico e in particolare druidico. La mitologia irlandese, proprio per la
vastità di argomenti ed informazioni che contiene, costituisce uno dei maggiori
documenti in nostro possesso riguardo alla società celtica.
Possiamo trarre da essa numerosi spunti su differenti ambiti storici e sociali. Affronteremo ora i principali cicli epici, seppure in maniera molto più generale di quanto meritino.
LA SOCIETà CELTICA
GLI
INSEDIAMENTI
I guerrieri di rango più alto, ossia
l'aristocrazia celtica, vivevano nelle tipiche fortezze chiamate dun. Erano
costruzioni circolari, di pietre a secco incastrate tra loro, circondate spesso
da terrapieni e ulteriori mura, in legno. A volte, intorno alla fortezza erano
disposte centinaia di lastre di pietra dai bordi affilati e frastagliati, che
frenavano la carica di qualunque aggressore.
All'interno del primo circolo di mura, spesso, si trovava il rath, o "recinto", la parte cioè meglio difesa della fortezza, generalmente riservata al nobile ed ai suoi guerrieri. Nei pressi del forte, poi, sorgevano i villaggi del popolo, sparpagliati per la campagna e composti da capanne circolari di pietre, argilla o paglia.
LA SOCIETà
La società aveva un ordinamento di tipo
sostanzialmente tribale e, all'interno di essa, grande importanza avevano i
legami familiari all'interno del clan o fine, ossia la più piccola delle
numerose entità politiche interdipendenti che costituivano la situazione
politico-sociale della cultura celtica.
Il clan, e con esso i suoi appartenenti, aveva una libertà notevole, e la trasmetteva a tutti i suoi membri. Questi erano legati gli uni agli altri da legami indissolubili, la cui rottura causava conseguenze gravissime. è possibile che alcuni clan sostenessero di derivare da un animale, divinizzato o meno; questo potrebbe far pensare a una componente totemica nella religione celtica. Al di sopra del clan vi era la tribù, o tuath in Irlanda. Questo termine designava dapprima, appunto, i membri di una determinata tribù; in seguito si spostò ad indicare anche sia i terreni che ad essa appartenevano, sia la disponibilità di armati che essa doveva fornire (fissata nel numero simbolico di tremila). La tuath era retta da un sovrano tribale, spalleggiato dai druidi, al di sopra del quale veniva il ri còicid , che comandava diverse tribù, se non un'intera provincia. Nella mitologia sono presenti numerosi di questi re, tra cui il più noto è forse Conchobar; più tardi, nell'era cristiana, comparve anche la figura di un Sommo Re, o ard ri, quale per esempio Conaire Mac Eterscel.
In ogni caso, l'ard ri, a causa anche della tendenza all'indipendenza tipica dei
Celti, non ebbe mai un grande potere effettivo, tranne che nel caso di Finn Mac
Cumal, trasmessoci dal mito, e da quello storicamente provato del grandissimo
Brian Boru, detto "dei Tributi" proprio a causa del suo riuscito tentativo di
unificare tutta l'Irlanda e poterne, quindi, riscuotere da ogni parte di essa.
L'ard ri irlandese rimaneva in carica un periodo prestabilito di anni, oppure
fino alla morte; generalmente, esso apparteneva ad una delle due tribù che, nel
momento della sua nomina, erano più influenti: è noto come Brian Boru sia stato
più volte insidiato dall'avversario Malachi Mor. Per quanto riguarda il titolo
di ri còicid, invece, il suo detentore veniva eletto da un'assemblea dei
guerrieri, e scelto tra gli appartenenti al clan o alla tribù dominante.
è
infatti questa assemblea a prendere, appoggiata sempre dai druidi, le più
importanti decisioni politiche. Il mito narra come per ben due volte il regno di Conchobar venne affermato proprio grazie ad essa: dapprima con la destituzione
di Fergus Mac Roìch, precedente re, ordita dalla madre del bambino, Nessa; poi,
con l'aiuto dei druidi Sencha e Cathbad, quando il regno si era ormai frazionato
eccessivamente e il potere di Cù Chulainn e quello del guerriero Fintan
minacciavano la stessa posizione di Conchobar.
In nessuno dei due casi, comunque, ci
furono reazioni negative nei rivali del re: sia Fergus che i due guerrieri Cù
Chulainn e Fintan accettarono di buon grado la decisione inequivocabile
dell'assemblea.
Era questa "assemblea", sia pure su diversi livelli, l'organo giuridico più importante nella civiltà celtica: sia nel clan che, per le questioni più importanti, nella stessa tuath, la giustizia non era affidata, come si può essere portati a pensare confrontando il modello celtico con quello germanico, alla vendetta privata, o perlomeno non del tutto, in quanto era l'assemblea a stabilire l'entità del risarcimento (tranne che in questioni concernenti l'onore di una delle due parti in causa), ma alla delibera di un consiglio di saggi e potenti, in cui un posto particolare era affidato ai druidi.
L'UOMO NELLA SOCIETà CELTICA
I GUERRIERI
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Il popolo celtico era formato da centinaia di tribù che si combattevano senza sosta e che consideravano l’onore come un tesoro inestimabile, da difendere a qualsiasi prezzo e la guerra come un piacevole passatempo volto a mantenere attivi i propri nobili e, nel contempo, a procurarsi ingenti ricchezze dagli sconfitti. Dall’epica mitologica celtica … tra la quale spicca per completezza e splendore quella irlandese … possiamo desumere un ritratto del guerriero non dissimile da quello tracciato, con timore e ammirazione, dagli scrittori latini. Un uomo possente, abile nel combattimento e amante delle feste, di cui la società riusciva ad incanalare l’ardore con un ferreo sistema di regole e codici di comportamento, e che, in battaglia, sfoderava tutto il furor che era costretto altrimenti a sedare, sgomentando i nemici che non conoscevano la sua razza con terrificanti ostentazioni di selvaggia potenza e incredibile orgoglio, giungendo a combattere, come accadeva presso i Galli continentali e, almeno agli inizi, anche nelle tribù britanniche e irlandesi, nudo, in segno di sprezzo del pericolo e di sfoggio della propria forza e virilità, e tracciando sul proprio corpo con il guado simboli e spirali che spaventavano chiunque lo vedesse. |
Spesso il
guerriero usava
appendere per i capelli al proprio carro da guerra le teste dei nemici uccisi,
mozzate, per esibirle quale trofeo.
Un costume abbastanza sinistro, che non mancò di impressionare debitamente Greci
e Latini: questi trofei venivano inchiodati anche, di solito, alle architravi
delle porte, e più tardi anche quando questo uso scomparve, rimase quello di far
scolpire sulle architravi e sui capitelli, simboliche teste recise. Si
conoscono peraltro simili lavori scultorei anche per periodi in cui la pratica
della decapitazione era ancora attiva: non dimentichiamo che essa scomparve in Gallia ed in Britannia solo con la romanizzazione ed in Scozia e Irlanda con la
conversione al cristianesimo; sono presenti teste scolpite anche risalenti a
epoche precedenti.
I guerrieri celtici indossavano spesso manti di tartan, la cui tintura avevano
appreso dagli Sciiti, e si lasciavano crescere i baffi, impomatati abbastanza da
poterli usare come filtro per le bevande. Erano uomini imponenti, alti e forti,
e le loro lunghe capigliature chiare, unitamente alle enormi spade a due mani ed
agli alti scudi, impressionarono notevolmente i loro contemporanei classici,
piccoli di statura e scuri di pelle. Oltre alla pesante spada a doppio taglio,
un guerriero era in genere armato con diverse daghe portate alla cintura, uno o
più giavellotti non più lunghi di un metro e una grande lancia dalla punta di
ferro. I guerrieri celtici di rango più alto andavano a combattere su un rapido
carro da guerra, simbolo del loro potere, che aveva una notevole forza di
penetrazione quando, a grande velocità, si scontrava con la prima linea
dell’esercito nemico, creando scompiglio e falciando decine di uomini con le
ruote falcate e con le armi del guerriero, che poteva guidare da sé il veicolo o
lasciare il compito ad un auriga, rimanendo di fianco a lui.
Per un guerriero, come nella migliore tradizione fantasy, l’onore rappresentava
tutto; un uomo si valutava in base ad esso e, difatti, uno degli strumenti più
pericolosi nella società celtica era la satira, un particolare canto dei poeti
che, deridendo un uomo, ne causava l’allontanamento dalla società e, spesso,
perfino la morte, autoinflitta più o meno consciamente. Ogni guerriero era
tenuto a difendere, a prezzo della vita, il suo onore, insieme a quello del suo
clan e del proprio popolo.
LE ARMI
SPADE
Un altro archetipo fantasy, le classiche spade incantate, giunge in effetti
dalla tradizione folcloristica celtica. Si legge, in un brano della “Seconda
battaglia di Mag Tured: “Fu alla battaglia di Mag Tured che Ogmè il campione
trovò Orna, la spada di Tethra, uno dei re dei Fomoire. Ogmè la trasse dal
fodero e la pulì. Allora la spada riferì le imprese che aveva compiuto. A quel
tempo era infatti comune che, quando una lama fosse snudata, rendesse note le
gesta che, grazie ad essa, erano state intraprese.
Per questo le spade, una volta snudate, hanno diritto al tributo della pulitura, ed è sempre per questa ragione che vi si conservano degli incantesimi. Ora, il motivo per cui i demoni solevano allora parlare attraverso le spade era che le armi venivano venerate dagli uomini ed erano usate come salvaguardia. Il nome “demoni” è, ovviamente, una manipolazione dell’amanuense cristiano addetto alla copia del manoscritto; in ogni caso, è probabile che esistesse una credenza secondo cui le armi fossero abitate dagli spiriti, o avessero comunque un’anima. L’accenno alla venerazione delle armi, invece, fa forse riferimento ad un vero e proprio culto delle spade, alle quali ci si rivolgeva nei canti e su cui si pronunciavano i giuramenti, nella convinzione che l’arma si sarebbe rivoltata contro eventuali bugiardi. L’esistenza di spade e armi “magiche”, infine, è più che nota: basti pensare alla spada Caladbolg di Fergus Mac Roìch, la Dura e Lucente, in grado di tagliare perfino le rocce, dalla quale deriva la Excalibur del ciclo arturiano, o alle numerose lance incantate come Luin, in grado di prevedere l’esito di una battaglia o di scatenare incendi.
Le ampie lame delle spade celtiche potevano raggiungere anche il metro di
lunghezza: armi davvero temibili. In un primo tempo esse erano usate unicamente
per colpire di punta, e le loro dimensioni erano pertanto più ridotte; poi si
ingrandirono, in modo tale da potere anche fendere con ambo i tagli, ed in
seguito, nella loro terza fase, si allungarono ulteriormente e le punte
divennero smussate, permettendo di colpire, seppure con devastante potenza,
unicamente di taglio. Le else celtiche avevano una conformazione del tutto
particolare, differente da quella tipica del medioevo europeo, che rendeva la
spada in un certo qual modo simile ad una croce, tendente più ad una forma ad X,
a volte antropomorfizzata con una testa scolpita tra i due bracci superiori, a
loro volta forgiati in modo tale da divenire simili a braccia. Le spade finora
descritte erano quelle, presenti sia nell’epica sia, e soprattutto, nei
sepolcri, forgiate espressamente per la guerra. Sono presenti però anche altre
spade, da parata, di dimensioni notevolmente più piccole, circa la metà, ricche
di intarsi e decorazioni, sia sull’elsa che sulla lama, che potevano essere
realizzate in ferro ma anche in bronzo o oro, e costituivano più che altro uno
“status symbol” ed un oggetto di esibizione.
Nel Tàin Bo Cuailnge, nello splendido brano intitolato “Il carro falcato ed il
grande massacro di Mag Muirthemne”, Cù Chulainn si munisce in modo a dir poco
abbondante, e tra le armi che prende con sé vi sono “le sue otto piccole spade e
la spada dall’elsa d’avorio e la lama brillante”. Questa testimonianza può
essere sufficiente: i Celti non riponevano comunque fiducia nelle piccole armi
da parata, preferendo affidarsi alle ben più letali spade da guerra.
Anche i foderi delle spade erano decorati con tarsie e rappresentazioni zoomorfe
o antropomorfe; si può ammirare un bellissimo lavoro di questo tipo sul fodero
di una grande spada celtica ritrovata a Hallstatt. Sia
la mitologia che gli autori classici descrivono come i foderi fossero spessi
assicurati con pesanti catene di ferro, d’argento o di bronzo, appese all’altra
estremità alla cintura o alla armatura del guerriero; tali catene avevano
comunque funzioni principalmente ornamentali.
IL GIAVELLOTTO
Altra arma di grande importanza per l’eroe celtico è il giavellotto; nell’epica
irlandese ne esistono numerosi incantati, come il gae bolga di Cù
Chulainn, la cui punta si apre in ventiquattro arpioni quando colpisce, o la
deil chliss, che confondeva la vittima, rendendola incapace di distinguere
la direzione da cui proveniva l’arma, per poi ucciderla. Diodoro Siculo scrive
come i giavellotti celtici avessero punte più lunghe dei gladi romani. Durante
le battaglie, i due eserciti, prima che avvenisse lo scontro fisico tra i
guerrieri si scagliavano vicendevolmente i giavellotti, spesso anche dai carri
da guerra in corsa.
Persino durante l’attacco alle fortezze, i guerrieri utilizzavano i giavellotti, sia scagliandoli dalle mura nel caso dei difensori sia, per gli attaccanti, azzardandosi a tirarli da terra o posizionandosi in un luogo più alto rispetto alla fortezza e quindi bersagliandola. A volte, queste armi sono confuse con i “dardi di guerra”, una loro versione più piccola che aveva però suppergiù la stessa funzione.
LE LANCE
Anche le lance erano abbondantemente utilizzate; Diodoro riferisce le loro
grandi dimensioni, che sono peraltro descritte anche nell’epica, sia pure con la
consueta esagerazione tipica dei Celti; la lancia di un eroe è più volte
paragonata al palo centrale della dimora di un re, oppure all’asta di un giogo
per buoi. Queste le parole di Diodoro Siculo: “Le lance che brandiscono in
battaglia che loro chiamano lanciae hanno punte di un cubito o più di
lunghezza e poco meno di due palmi di larghezza […]”. La mitologia celtica
insiste molto anche sul numero e sulle dimensioni dei rivetti, ossia i
chiodi ribattuti che si trovano sull’asta sotto alla lama, e che hanno sia una
funzione puramente estetica, sia quella di far sì che l’arma rimanga conficcata
nel corpo della vittima in modo tale che, strappandosela via, questa non possa
far altro che causarsi terribili lacerazioni e ferite. Allo stesso scopo, spesso
la lama era seghettata o ondulata.
ARCO
Al pari degli Achei dei primi secoli, anche i Celti, nonostante i loro numerosi
contatti con gli Sciiti, da sempre formidabili arcieri, disapprovavano
grandemente l’uso di quest’arma, ritenuta adatta solo a uomini incapaci di
combattimenti onorevoli faccia a faccia.
SCUDO
Lo scudo, spesso ogivale, era realizzato in legno con una nervatura per
rinforzarlo, bordato con una striscia di bronzo o ferro e dotato di un grande
umbone metallico al centro.
Nell'epica irlandese si accenna anche all'uso di affilare il bordo dello scudo, tanto che uno dei giochi di abilità dei guerrieri era il colpire contemporaneamente con il bordo dello scudo, la lancia e la spada; in ogni caso, è probabile che l'uso dello scudo sia stato presto abbandonato, in quanto pesante (gli scudi celtici potevano essere alti come un uomo) e di poco riparo: il suo spessore, infatti, era assai misero e forniva quindi ben poca protezione. Con il tempo, perciò, questo strumento di difesa cadde in disuso dato anche il suo impedimento alla mobilità ed alla velocità, caratteristiche, queste, che costituiva una componente indispensabile dei guerrieri celtici.
COSTUME
I guerrieri usavano vestirsi con ampie tuniche di cuoio o di stoffe variopinte,
brache, mantello fermato da una fibula e stivali. Le grosse corazze (che pure
c'erano) erano poco usate, in quanto costose e troppo pesanti per uomini che
preferivano affidarsi sì alla potenza, ma anche a rapidità ed agilità.
Era
invece possibile che fossero usati bracciali di ferro o di cuoio bollito. Di
certo esistevano le cotte di maglia (armature formate da anelli di ferro
intrecciati), che furono inventate dai Celti e più tardi imitate dai Romani;
esse furono la protezione più usata per tutto, o quasi, il medioevo europeo.
Anticamente i Celti combattevano completamente nudi, in segno di totale
disprezzo della morte; in seguito questo uso è stato abbandonato da molti, come
si evince anche dal brano del Tàin Bo Cuailnge in cui i giovani guerrieri
Connachta deridono il vecchio Iliach a causa della sua nudità. Sempre questo
testo ci fornisce anche informazioni sulle protezioni utilizzate, in Irlanda,
dai guerrieri: esse non dovevano costituire un impaccio e riuscire a difendere
discretamente chi le indossava. Nel brano già citato “Il carro falcato ed il
grande massacro di Mag Muirthemne”, le protezioni di Cù Chulainn sono queste:
diverse tuniche sovrapposte di pelle incerata, “rigida e compatta” (tenute
aderenti al corpo, nel caso specifico di Cù Chulainn, con lacci, corregge e
corde in modo che non se le strappasse via di dosso in preda al riastràd), un cinto di cuoio da battaglia a protezione di vita e torace,
fatto con “la parte migliore della pelle dei fianchi di sette vitelli di un
anno”, due “grembiali” sovrapposti, il primo di seta e l’altro di flessibile
cuoio di mucca, ed un’altra cintura da battaglia. L’equipaggiamento dell’auriga
è invece decisamente, in ogni caso, meno pesante: Laeg Mac Riangabair, il
confidente ed auriga di Cù Chulainn, veste con “una tunica di pelle leggera come
l’aria, pelle di daino cucita in modo saldo ed elastico, che non gli impacciava
i movimenti delle braccia”, sulla quale porta un mantello di piume di corvo,
attribuito dal Tàin a Dario il Persiano o all’imperatore romano Nerone, ed un
“elmo crestato, squadrato, piatto, di vari colori e forme, che gli scendeva
oltre metà della spalla” come ornamento. Sulla fronte, poi, Laeg si pone una
fascia di fili dorati “per distinguersi dal suo padrone”. Tutto il carro da
guerra, inoltre, è irrobustito da Laeg con spuntoni, lame ed uncini, e così pure
i cavalli con una armatura di ferro, sebbene non mi risulta che arnesi simili
siano mai stati ritrovati; essi potrebbero essere interpolazioni di un copista o
che la tradizione ha sviluppato più tardi, per quanto, in effetti, molti oggetti
senza dubbio esistiti non siano ancora venuti alla luce tramite le ricerche
archeologiche, e non è detto che un discorso del genere non vada fatto anche per
questi. Gli aurighi, per mostrare la propria spericolatezza ed abilità,
correvano, con i cavalli lanciati al galoppo, lungo tutta l’asta del carro,
quindi si voltavano e tornavano indietro; la mitologia, come anche la storia,
celtica, è ricca di simili dimostrazioni, chiamate “prodezze” nei testi epici ma
non sempre spiegati. Altri attributi degli aurighi erano la capacità di “fendere
dritto”, ossia mantenere sempre la giusta strada, “saltare alto”, cioè riuscire
a condurre il carro anche su terreni estremamente accidentati, ricchi di balzi e
fosse, e “dare il giusto colpo di frusta”. La leggenda vuole che Laeg riuscisse
a guidare rimanendo voltato indietro per giocare, nel frattempo, con Cù Chulainn
a fidchell, sorta di scacchi, e vincere una partita ogni due.
PRODEZZE GUERRIERE
Le “prodezze” dei guerrieri erano però ben altre. Si trovano spesso, negli
elenchi, lunghe enumerazioni di “prodezze” che non vengono però spiegate, come
ad esempio la “prodezza del tuono” ed altre. Altre, invece, lo sono: ad esempio
la “prodezza del salmone”, con la quale Cù Chulainn spiccava un balzo
imprimendosi una forte torsione, ruotando su sé stesso su un asse parallelo al
suo corpo. Oppure il già spiegato “gioco del bordo”, nel quale si fendeva
contemporaneamente con lancia, spada ed il bordo affilato dello scudo. Alcune,
poi, sono ancora più improbabili, come la capacità di stare in equilibrio sulla
punta di una lancia o di scagliare una pietra in modo tale da colpire sia con il
tiro, sia con il rimbalzo (il “colpo di ritorno” con il quale Cù Chulainn aveva
ucciso, da giovane, dodici cigni selvatici). Gli scrittori latini citano, a
proposito dei guerrieri celtici, il tipico furor guerriero che li
caratterizza; esso è paragonabile, in un certo qual modo, con la furia dei più
tardi berserk vichinghi.
Nella mitologia irlandese, il furor (chiamato qui “riastràd”, cioè
“deformazione”) è un attributo soprattutto di Cù Chulainn, e viene molto
enfatizzato: accade così che durante la trasformazione il giovane subisca un
rivolgimento interno di tutte le ossa ed uno spostamento dei muscoli, che, tra
l’altro, si gonfiano a dismisura. Un occhio è spesso “risucchiato all’interno
della testa”, e l’altro diviene talmente sporgente da cadere quasi sulla
guancia. I capelli si rizzano (particolare, questo, in cui si ravvisa una
citazione dell’usanza celtica di pettinarsi bagnandosi i capelli con la calce e
spazzolandoli quindi all’indietro, così da renderli irti e più spaventosi), e
dalla testa si sprigiona una nebbia sanguigna. In questo stato, il giovane può
attaccare gli amici come i nemici, e si aliena completamente da qualsiasi
emozione che non sia la gioia della battaglia.
Diversi sono, comunque, i guerrieri che hanno anche attributi caratteristici
sovrannaturali, come ad esempio Fer Diad, l’amico d’infanzia di Cù Chulainn, da
questi poi ucciso, la cui pelle in combattimento diventava di corno.
REGOLE
DI GUERRA
La guerra costituiva, come già detto, il principale passatempo dei Celti ed
era regolata da leggi ferree basate soprattutto sull’onore. Si strutturava
in singole scorrerie più che in campagne militari vere e proprie, e vi erano
alcune diffuse “leggi non scritte” come, ad esempio, l’evitare di spodestare le
stirpi al potere o di invadere un territorio in modo permanente, limitandosi a
dimostrare la propria supremazia sui suoi abitanti; era preferibile, inoltre,
che i guerrieri di rango più elevato non fossero uccisi ma catturati (è bene
notare come, presso i Celti, gli ostaggi venissero trattati con una cortesia
enorme, pari a quella che si può avere per un figlio, e ad essi erano offerti il
cibo e gli alloggiamenti migliori per accrescere la propria fama di uomini
generosi e leali). I guerrieri dovevano affrontarsi in scontri non troppo
impari; nel Tàin Bo Cuailnge capita spesso che Cù Chulainn si vendichi in modo
brutale quando i sovrani del Connachta inviano contro di lui gruppi di uomini
numerosissimi per ucciderlo. Questa regola d’onore era chiamata fìr fer,
ossia “impegno d’onore degli uomini”.
I Celti facevano molto affidamento sul terrore che la vista di simili guerrieri
spargeva tra i popoli loro nemici. In battaglia, l’aristocrazia guerriera
scendeva in campo sui rapidi carri da guerra, che venivano usati prima dello
scontro per sfoggiare la propria abilità e costituivano, inoltre, la prima linea
che veniva a contatto con lo schieramento nemico, penetrando in profondità con
la loro grande forza d’urto. In seguito, i guerrieri scendevano e combattevano a
piedi con le lance e le lunghe spade, seguiti dal resto dell’esercito che
caricava contro i nemici sulla scia dei carri.
Prima delle battaglie in campo aperto tra tribù celtiche era quindi
usanza molto diffusa cercare di impressionare il nemico con giochi atti a
dimostrare il proprio valore, per evitare di spargere il sangue della propria
razza. A volte allo scontro si preferiva ovviare con un duello singolo tra due
campioni.
In altre zone, come in Gallia, si preferiva fare invece affidamento su una
cavalleria leggera, rapida e potente, che fu imitata poi dai Romani e da tutti
gli eserciti medioevali. Nella mitologia irlandese sono presenti accenni a belve
feroci come orsi, cinghiali e lupi, che, catturate prima della battaglia, erano
poi liberate contro l’esercito nemico, a volte con le zanne cosparse di veleno.
Durante l’assedio a fortificazioni nemiche, quindi anche di tribù celtiche
avversarie, i guerrieri si arrampicavano su scale di legno, mentre i loro
compagni, posti in circolo intorno agli spalti, ne bersagliavano i difensori con
pietre e giavellotti “ponendo in tal modo il nemico nell’impossibilità di
difendersi […]. Catrame bollente e tizzoni imbevuti di sego, passati di mano in
mano, erano gettati contro le fortificazioni nemiche per provocare incendi” (J. Filip).
La sconfitta di un popolo così forte in battaglia, perciò, chiaramente non va
attribuita al suo scarso valore, alla poca perizia tattica o all’incapacità di
resistere ai Romani (in effetti, Vercingetorige, ad esempio, vinse gran parte
delle battaglie che combatté … ma perse la guerra a causa della sconfitta ad
Alesia). In realtà, essa deriva in gran parte dalla fortissima tendenza celtica
al particolarismo ed al frazionamento: questo popolo perdette paradossalmente la
libertà proprio a causa della incredibile libertà ed autonomia di cui godevano
le centinaia di tribù e gli infiniti clan. Questo, in linea di massima, può
essere vero tanto per le zone continentali quanto per quelle insulari (Irlanda e
Scozia). Per di più, in Gallia la sconfitta celtica fu determinata anche dalla
sottile politica “culturale” attuata dall’Impero, con conseguente rapido
decadimento del fisico e dell’ardore guerriero celtico a causa dell’influenza
sempre maggiore del comodo stile di vita del sud. Ciò è pienamente riconosciuto
dallo stesso Cesare e dai suoi contemporanei latini, che paragonarono i Galli,
ormai corrotti dal lusso dell’Impero Romano, ai Germani, apprezzando la maggiore
componente “selvaggia” e dura di questi ultimi, vissuti lontano dalle frontiere
romane.
Non vi è dubbio che ciò sia vero, ma del resto un simile paragone può essere
tranquillamente fatto anche per le tribù celtiche di Scozia ed Irlanda, che
l’Impero non riuscì mai a sottomettere. Per quanto riguarda la Scozia, essa fu
poi assorbita dall’Inghilterra; l’Irlanda, in un certo qual modo, non ha mai
cessato di essere celtica, pur accettando spontaneamente la religione cattolica
al posto del druidismo, e la dominazione inglese è stata più che altro un manto
superficiale che oggi l’isola cerca di scrollare via dalle proprie spalle. Il
valore guerriero che queste popolazioni non persero mai fece sì che, ancora
nella prima guerra mondiale, le truppe scozzesi con i loro kilt e gli irlandesi
in livrea nera terrorizzavano follemente i tedeschi, che soprannominarono i
primi “le signore dell’inferno”, con evidente riferimento al peculiare costume
che li caratterizzava.
Secondo Herm, invece, la causa maggiore delle sconfitte celtiche fu che questo popolo, cosciente della propria netta superiorità, tanto bellica (dopotutto, aveva sottomesso con facilità Roma, sotto la guida di Brenno, e razziato Delfi, e si era ancora prima imposto su buona parte dell'Europa) quanto creativa (nel giro di quattro generazioni, "quasi un gioco", essi crearono di punto in bianco, con la fase di La Tène, una delle culture più brillanti, anche dal punto di vista artistico, della storia), abbia "troppo confidato" in essa, "invece di accollarsi il duro compito di organizzare e sfruttare con metodo le proprie risorse" (G. Herm, "Il mistero dei celti"). Non ha tutti i torti; scrive qualche pagina oltre: "[...] Da qui si spinsero a Roma, a Delfi e in Asia Minore. I nuovi signori che sembravano in procinto di assoggettare a sé, quasi d'un balzo, il nostro continente pressoché per intero: slancio che avrebbe prodotto (se tale movimento fosse stato guidato da una volontà) uno dei massimi imperi della storia europea". Ed ecco ancora comparire la colpevolezza delle fortissime rivalità fra clan, tribù, famiglie e fazioni che caratterizzarono i Celti dall'inizio alla fine. Prosegue Gerard Herm: "Ma poi la tempesta si calmò, la forza dei rapidi assalti si esaurì, e rimase solo una serie di industriali di aspirazioni borghesi, manifestamente sprovveduti sia della capacità di integrazione politica degli antichi principi hallstattiani, sia di brillanti condottieri come Brenno e Aneoresto". La fine di una rivoluzione che avrebbe potuto cambiare il mondo.
DRUIDI
I DRUIDI occupavano un gradino davvero
notevole all'interno della società celtica, tanto che a Dione Crisostomo sembrava che
costoro detenessero un posto addirittura superiore a quello del re, e che questi
non fosse che un misero fantoccio nelle loro mani. Ciò non è del tutto esatto,
ma contribuisce a rendere bene l'idea della potenza druidica, che compare anche
in numerosi testi mitologici. Basti leggere questa frase tratta dall'immortale Tain Bo Cuailnge: "Nessuno rispose, poiché era proibito agli Ulaid parlare prima
di Conchobar, e Conchobar non parlava mai prima dei suoi tre druidi."
In effetti, similmente a quanto accade nella mitologia indiana con la coppia
Mithra - Varuna, il druida non ha il potere materiale e decisionale, che spetta
di diritto al re, ma possiede comunque un'influenza innegabile in quanto
rappresentante della dimensione trascendentale in un popolo che aveva sempre
rifiutato il dualismo aristotelico tra "realtà" e "irrealtà".
Il druida consiglia il re come intermediario che riferisce i piani divini: il
re, quindi, non può esimersi dall'ascoltarlo. Il potere giuridico, riferendosi
al discorso precedente, spettava ai druidi in quanto brithem, ossia
magistrati che conoscono, interpretano ed applicano la complessa legislatura
trasmessa, naturalmente, per via orale.
Quella di brithem non è però che una delle numerose funzioni attribuite ai
druidi. Queste complesse figure, ammantate di mistero, possedevano diverse
cariche specifiche di estrema importanza all'interno della società.
Degni esempi possono essere druidi "specializzati" come il sencha, che
svolge la funzione di storico ed è incaricato di tramandare la memoria
collettiva di una società che si basava sull'oralità; o il cainte, l'invocatore,
colui al quale spettava il compito di lanciare maledizioni e benedizioni e di
evocare gli spiriti attraverso il canto magico; lo scelaige, il
narratore, esperto dei racconti epici; il dogbaire, grande conoscitore di
erbe inebrianti ed allucinogene; il liaig, preparato medico in grado di
combinarei i rimedi magici a quelli scientifici, come la chirurgia, che era
praticata ad un livello impressionante, e alle piante curative.
Diversi druidi avevano anche doti di vati, come dimostrano anche molti testi mitologici in cui essi compiono predizioni di tutto rispetto, a volte ottenute con il sacrificio rituale degli animali e a volte derivate da una sorta di coscienza "superiore".
Infine, tra di loro, va annoverato il
cruitire, l'arpista, in grado di suonare con tecniche così raffinate da
suscitare ilarità, pianto o sonnolenza nei suoi ascoltatori, secondo i suoi
desideri.
Questi rappresenta una figura di spicco all'interno della cultura e del panorama
mitologico celtico. Più e più volte sono nominati, nell'epica irlandese, musici
dotati di queste doti particolari. Ad esempio, poco dopo il ritrovamento,
riportato più sopra, della spada Orna da parte di Ogmè, il dio In Dagda riprende
possesso di un'arpa che gli era stata rubata dai mitici Fomoire. Questa, lungi
dall'essere raffigurata come un mero oggetto, ha ben due nomi che indicano il
rispetto che i Celti dovevano a questo tipo di strumento. Si dice inoltre che In
Dagda "aveva racchiuso le proprie melodie" nell'arpa. Il dio, poi, la utilizza
per suonare le "tre arie che distinguono l'artista", facendo dapprima lacrimare,
quindi piangere ed infine addormentare i Fomoire che stavano per attaccarlo, e
riuscendo così ad andarsene incolume. Tale episodio è ben esplicativo del grande
rispetto che la gente comune attribuiva ai bardi (artisti).
I Celti erano grandi amanti della musica; a
tutt'oggi possiamo ascoltare con ammirazione gli armoniosi brani degli artisti
contemporanei, che hanno saputo conservare l'incanto e la magia dei loro
predecessori. Un altro aneddoto molto significativo è il fatto che l'Irlanda,
dopo le innumerevoli invasioni di popoli mitologici, sia stata conquistata
definitivamente, secondo la leggenda, non dalle armi ma dall'arpa e dal canto di Amergin, il poeta.
I Celti avevano un grande rispetto per tutte le categorie di artisti, dai bardi
agli artigiani. Questi ultimi, chiamati aes dana, godevano di privilegi spesso
non accordati nemmeno alla nobiltà, come ad esempio la possibilità di varcare
impunemente i confini tribali. Possedevano notevoli tecniche di lavorazione,
ammirate sia dai loro vicini, i Romani, che dai moderni studiosi dell'arte.

Si può restare ancora stupefatti dinanzi alla intricata bellezza di una torquis, di un elmo o di uno dei loro splendidi e ostentatamente preziosi manufatti, ornati con migliaia di figure simboliche stilizzate con abilità. Anche nei testi mitologici si esalta l'amore celtico per la bellezza dei monili, descrivendo con accuratezza i preziosi e gli artefatti scolpiti dagli artigiani più dotati.
Abbandonando questa parentesi, possiamo notare come il
rispetto di cui, pare, godessero i druidi fosse davvero straordinario. La
mitologia, come sempre, è una delle nostre maggiori fonti di informazione:
veniamo così ad apprendere che, durante una lotta o addirittura una battaglia,
bastava che uno di loro alzasse un ramo di quercia perché cadesse il silenzio e
ogni combattimento cessasse.
Durante uno scontro, ogni druida e bardo godeva di totale immunità, tanto da potersi aggirare per il campo di battaglia liberamente senza che nessuno potesse fargli del male, in parte anche per il suo compito di storico. Questo speciale salvacondotto non veniva a cadere nemmeno nel caso che un druida decidesse di schierarsi con una delle sue parti o esasperasse un guerriero in modo eccessivo: Cù Chulainn trova la morte per aver infranto tutti i gessa che gravavano su di lui, e tra questi si trova il divieto universale di uccidere un membro della classe druidica (nel caso specifico un satirista, che pure lo aveva provocato e ripetutamente insidiato). I druidi, in effetti, pur non essendo ufficialmente costretti a partecipare alle guerre, spesso vi si recavano in ogni caso, di loro volontà. Numerose sono le descrizioni di druidi pronti per la battaglia; a quanto pare, alle numerose magie guerresche che compivano, essi univano anche una buona preparazione bellica più materiale. Anche Diviziaco, il druido degli Edui divenuto confidente di Cesare, parlava nel Senato appoggiandosi al suo scudo, e non esitava a pianificare le tattiche delle sue truppe come un vero stratega, pur sotto le direttive romane.
I druidi erano estremamente apprezzati anche dai loro contemporanei Latini e soprattutto Greci. Basti pensare a come Cicerone si vantasse pubblicamente, con aperto orgoglio, di aver potuto parlare ad uno di essi. Da più e più autori classici, i druidi vengono messi in relazione con la dottrina pitagorica. Ciò non è assolutamente vero (l'unica credenza da loro condivisa era quella dell'immortalità dell'anima), ma testimonia, comunque, il rispetto di cui dovevano godere questi filosofi anche presso i popoli mediterranei, ben lungi dal catalogarli come selvaggi e anzi propensi a riconoscere la loro alta levatura intellettuale e di pensiero.
DIVINITà CELTICHE
La
visione religiosa celtica è molto complessa. A prima vista, essi veneravano come
divinità (sto parlando dei Gaeli d'Irlanda, ma un discorso analogo è applicabile
a tutte le culture celtiche, non potendo sempre parlare di una unitaria) i Tuatha De Danann, che, come già visto non furono altro che uomini ritenuti
probabilmente di stirpe celtica che precedettero i Gaeli nel ciclo delle
conquiste di Eriu, con tutte le riserve che si possono avere sulla loro natura.
Erano insomma presentati come esseri soprannaturali più che come dèi, sebbene
potrebbe sembrare che siano diventati più tardi oggetto di venerazione.
In realtà, le cose sono sempre più intricate di come possa sembrare.
è possibile che i Tuatha De
Danann, in quanto dèi, non siano davvero delle singole divinità come credono
coloro che sostengono la visione della religione celtica come politeistica.
Forse essi non furono che simboli utilizzati per rappresentare i mille volti di
un unico dio poliedrico, non dissimile da quello cristiano, che presiedeva ad
ogni aspetto della vita. Questo discorso è naturalmente valido solo per ciò che
concerne druidi e classi "colte"; posto anche che queste supposizioni siano
vere, è improbabile che esse fossero comunque condivise dal popolo.
Markale dimostra con un ragionamento concreto come
fosse del tutto improbabile che i Celti venerassero divinità antropomorfe quali
sembrano essere i Tuatha De Danann nei racconti epici: se è vero che, come
afferma Diodoro Siculo, il capo gallico Brenno si mise a ridere nel santuario di
Delfi, deridendo la limitata visione greca del divino, che lo riduceva in
sostanza a qualcosa di molto simile ad un uomo, e l'ingenuità della sua
rappresentazione antromorfa, è in pratica impossibile che i Celti credessero in
divinità del genere (J. Markale, Il druidismo).
è sempre lui a far notare che le divinità indicateci da Cesare non hanno alcun
significato al di fuori della sfera sociale in cui esse operano: esse sono
quindi, dice Markale, solo "delle proiezioni simboliche ed immaginifiche,
necessarie per il racconto, delle virtù funzionali che si svolgono nel gruppo
sociale". In altre parole, delle rappresentazioni: non costituiscono quindi
entità distinte, ma solo volti di un'unica realtà.
Dato per assunto questo, ci si può chiedere dove finiscano dunque le originarie
figure dei Tuatha De Danann.
è possibile che essi esistessero anche in quanto
creature, situate, come è noto, in un altro piano di esistenza al quale
sarebbero passati dopo la loro cacciata avvenuta per mano dei Gaeli; si trovano
in luoghi come La Terra della Promessa, La Terra sotto le Onde, le Isole sotto
il Mare e nei Sìde. Tutte queste rappresentazioni dell'Oltretomba ci riportano
ad un problema necessario da chiarire per proseguire nel discorso: la presunta e
tanto decantata metempsicosi dei Celti. Questa informazione, erronea, ci è stata
trasmessa dai cronisti classici, che non sempre riuscirono ad immedesimarsi a
sufficienza nell'opposta mentalità celtica. In realtà si pensa che i Celti non
credessero in realtà nella reincarnazione così come la intendiamo noi;
credevano, è vero, nella immortalità dell'anima, ma questa non "trasmigrava" ad
un altro corpo come si crede nel culto buddista. Il "passaggio" dello spirito,
anche questa testimonianza della mentalità celtica di Dio come divenire e non
come essere, avveniva tra diversi mondi. Probabilmente si riteneva che
esistessero infiniti piani di esistenza, ognuno forse migliore del precedente, e
che le anime "migrassero" da uno all'altro di questi mondi.
La Terra della Promessa e tutti i suoi eponimi sarebbero quindi sì,
l'Oltretomba, ma un Oltretomba relativo, come anche il nostro mondo diventerebbe
allora l'Oltretomba di un precedente piano di realtà.
è possibile, per tornare al
discorso di prima, che i Tuatha De fossero visti allora come entità lontanamente
paragonabili ai Bodhisattva, ossia creature un tempo umane ma ora differenti da
noi perché appartenenti ad un superiore livello di esistenza, e detentrici
perciò di privilegi superiori a quelli della nostra condizione attuale.
LUOGHI SACRI
I druidi officiavano ovunque: la loro magia era la magia della terra. Tuttavia, avevano dei "santuari", per quanto diametralmente opposti da quelli a cui la nostra civiltà ci ha abituati. I loro santuari, o "nemeton" (da una radice che indica propriamente il "sacro", presente nel nome del personaggio epico di Nemed) erano delle radure nelle foreste, degli sprazzi di erba nei querceti sacri, ed i Celti non ebbero templi sino alla romanizzazione.
Rutherford riporta un brano inquietante con cui Lucano descrive un bosco sacro (per quanto esso tenda, al pari di Cesare, a "barbaricizzare" i Celti ed a dare l'idea di un popolo selvaggio, superstizioso e crudele: è probabile, tanto per dirne una, che i druidi, nonostante tutte le idee comuni e preconcette diffuse da Cesare ai giorni nostri, non sacrificassero mai uomini, e rimando per questo argomento all'enciclopedico Il Druidismo di Markale): "C'era un bosco sacro, mai profanato da tempo immemorabile, che sotto la volta dei suoi rami racchiudeva un'aria tenebrosa e gelide ombre, facendo schermo in alto ai raggi del sole. Non Pani agresti e Silvani, signori delle selve, e Ninfe lo abitavano, ma vi erano celebrate cerimonie di barbari riti: vi si ergevano sinistri altari e durante i sacrifici il sangue umano sprizzava su ogni pianta. Se un po' di fede merita l'antichità, che ha provato lo stupore per il divino, persino gli uccelli avevano paura di posarsi su quei rami e le fiere di sdraiarsi in quella selva; neppure il vento o la folgore che piombava dalle fosche nubi si abbattevano su di essa e le fronde degli alberi avevano un brivido tutto loro, senza che il vento le scuotesse. Acque abbondanti cadevano da cupe sorgenti e le lugubri statue degli dèi erano prive d'arte, ricavate rozzamente da tronchi intagliati. […] E si narrava che spesso muggivano per i terremoti le profondità delle caverne, si risollevavano i tassi abbattuti e si vedevano bagliori nelle selve, senza che vi fossero incendi, e che draghi striscianti si avviticchiavano ai tronchi. Le genti non si radunavano in quel luogo per celebrarvi il culto, ma lo avevano lasciato agli dèi. Quando Febo è a metà del suo corso o in cielo si stendono le tenebre della notte, neppure il sacerdote osa addentrarvisi per paura di vedersi improvvisamente davanti il signore del bosco" (III, 400-425).
A prescindere dal fatto che sfido un qualunque scrittore moderno di fantasy o di altro a scrivere una descrizione maggiormente evocativa e lugubre, il fatto che Lucano, cittadino di Roma, narrasse con tanta enfasi di questo luogo, che forse ha toccato delle corde sepolte nel suo cuore "civilizzato", non può che far pensare. Non si prenda come oro colato anche il discorso sulle statue: in effetti la parola del testo latino non indica precisamente le "statue", quanto i "simulacri". è possibile che si trattasse di semplici cippi lignei. D'altronde, è ridicolo pensare che i Celti possano aver concepito la divinità sotto forma umana e la possano aver raffigurata nella roccia.
è importante sottolineare come dolmen, menhir, cromlech e megaliti in genere NON facessero parte della cultura e della religione celtica e NON fossero stati costruiti dai Celti, per quanto è possibile che in certi punti essi possano averli adottati come luoghi di culto sotto l'influenza della fusione della loro civiltà con quella precedente, la civiltà megalitica.
Rutherford si inoltra poi in un discorso sull'importanza degli alberi nella
cultura celtica. A questo proposito rimando anche a "Il Druidismo" di Markale.
LA DONNA NELLA SOCIETà CELTICA
LA
FIGURA FEMMINILE
Quella delle opere d'arte, però, nonostante gli ineguagliabili monili prodotti
dai Celti, non era certo l'unica bellezza riconosciuta da questo popolo.
La
mitologia è letteralmente traboccante di toccanti descrizioni dello splendido
aspetto sia degli eroi (… di cui viene accentuato spesso, in questo modo, il
contrasto tra natura, nelle scene in cui si abbandonano al terrificante furor
guerriero, e cultura, in lunghi brani che li raffigurano durante le parate o i
banchetti, magnificamente agghindati …), sia delle donne, delle quali vengono
esaltati tanto l'apparenza, talmente superba da far sì che i guerrieri rischino
la vita per loro, quanto il carattere indomito e bellicoso.
Nella cultura celtica, le donne erano amate e rispettate, ma esse godevano anche
di libertà e diritti impensabili per qualsiasi matrona classica. Dione Cassio
narra di un incontro tra Giulia Domna, moglie dell'imperatore Severo, e una
anonima donna caledone. La contegnosa patrizia "canzona" la sua interlocutrice
(…). Questa risponde, con una certa asprezza, che "le abitudini del suo popolo
erano ben superiori a quelle romane. Poiché tutto si svolgeva in modo franco e
chiaro, [lei e le sue sorelle] potevano unirsi senza vergogna ai migliori tra
gli uomini. Le matrone romane, invece, con la segretezza che i loro ipocriti
modelli di rispettabilità imponevano, potevano trovarsi degli amanti solo tra
coloro disposti ad indulgere in relazioni segrete." (W. Rutherford, "Tradizioni
Celtiche").
Inoltre, dato che era la ricchezza a determinare l'autorità di una persona,
all'interno di un matrimonio la moglie poteva anche essere il coniuge più
importante, anche se ciò non era sempre accettato: la regina mitologica Medb
costituisce un esempio di questo, ma nella mitologia non se ne trovano altre
dimostrazioni, in quanto una pratica simile era spesso sconsigliata in una
cultura originariamente patriarcale. L'indipendenza delle donne era in ogni caso
riconosciuta ed approvata, sebbene, come si è visto, era raro che queste
giungessero a dominare il marito nel rapporto di coppia. Innumerevoli nella
mitologia sono le praticanti delle arti druidiche e così anche le guerriere
(che cessarono di esistere in Irlanda solo poco prima del 1000 d.C. sotto
l'influsso del cristianesimo, con l'Editto di Tara).
LE AMAZZONI
Ecco la descrizione di Feidelm, profetessa e guerriera: "Aveva i capelli biondi. Indossava un mantello variegato trattenuto da un fermaglio d'oro e una tunica con un cappuccio dal bordo decorato di rosso. Portava calzari con legacci dorati. Il volto era sottile in basso e ampio alla fronte.
Le delicate ciglia scure ombreggiavano
metà del viso fino alle guance. Le labbra sembravano tinte di rosso scarlatto. I
denti tra le labbra erano una cascata di perle. I capelli erano acconciati in
tre trecce: due avvolte intorno alla testa, la terza che ricadeva sulla schiena
fino a sfiorare i polpacci. La donna teneva in mano una bacchetta di findruine con intarsi d'oro. In ogni iride erano incastonate tre
pietre preziose. Era armata, e due cavalli neri conducevano il suo carro da
guerra."
In questo brano si evidenzia la considerazione che i Celti nutrivano nei
confronti della bellezza femminile, per la quale diversi eroi sono pronti a
compiere imprese suicide, e contemporaneamente si accenna anche al fatto che
Feidelm fosse armata, e viaggiasse su un carro (privilegio, questo, riservato
all'aristocrazia guerriera e simbolo di potere e di forza). Esiste un gran numero
di riferimenti ad amazzoni nella mitologia: lo stesso Cù Chulainn apprende tutte
le sue prodezze da una anziana guerriera scozzese, Scatàch; è la figlia di
questa, Uathach la Terribile, che, innamoratasi di lui, gli spiega come
sopraffare la madre; ed infine è Aife, amazzone avversaria di Scatàch, a
combattere Cù Chulainn spezzandogli la spada. D'altro canto, anche gli antichi
Greci conobbero la feroce figura della guerriera celtica e la descrissero in
diversi testi, come, ad esempio, il resoconto del sacco di Delfi ad opera di
Brenno. E furono queste strane donne del nord a ispirare nei Greci il
personaggio mitologico delle Amazzoni, che divenne l'archetipo della "donna
forte" da sottomettere nei racconti per dimostrare la loro virilità, che non si
esprimeva certo al meglio con le sottomesse mogli, rinchiuse nel gineceo, che si
ritrovavano.
è perciò dai Celti che deriva anche la classica figura dell'amazzone, la donna
guerriera per eccellenza: all'interno della loro società la donna aveva diritti
paragonabili a quelli dell'uomo: poteva ad esempio detenere beni suoi che, in
certi casi, erano addirittura superiori a quelli del marito, sebbene questo
fosse, per lui, degradante e venisse perciò evitato; e, in caso di separazione
dei due coniugi, a lei spettava la metà del patrimonio collettivo della coppia,
oltre a tutti i beni che aveva portato in dote. Ci sono inoltre giunte
testimonianze di come una donna potesse anche ottenere il potere politico, e,
come già detto, le donne guerriere erano quanto mai comuni. Feroci nei confronti
dei loro nemici, sono presenti in gran numero nella mitologia e hanno colpito a
tal punto la civiltà classica … e la nostra … da essere diventate un carattere
ricorrente sia nelle leggende latine e greche, sia nella moderna fantasy.
LE DRUIDESSE
D'altro canto, come la stessa descrizione di Feidelm suggerisce, le donne potevano anche entrare a far parte della classe druidica . Ci è tramandato dalle fonti classiche che, nell'isola di Mona, durante l'attacco dei Romani, si trovavano druidi, non solo di sesso maschile, ma anche femminile, che suonavano le grandi arpe da guerra e salmodiavano per terrorizzare gli invasori. Anche la mitologia, inoltre, è ricca di riferimenti a druidesse, spesso specializzate come satiriste, indovine, maghe e, appunto, profetesse.
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ULTIMO AGGIORNAMENTO 10 NOVEMBRE 2004 |