CIVILTà PERDUTE - La Fine di Atlantide
Spazzata via da un'eruzione vulcanica? Nei geroglifici incisi su un frammento pre-Maya trovato nella piramide messicana di Xochicalco, decifrati in parte dagli studiosi La Plongeon, francese, e Brolio, brasiliano, si leggerebbe: "Nell'undicesimo giorno ... avvenne la sciagura: una pioggia violentissima e ceneri caddero dal cielo; il cielo precipitò, la terraferma sprofondò e la "Grande Madre" (Atlantide?) fu tra i ricordi della distruzione del mondo".
La piramide messicana di Xochicalco
Secondo un'opinione diffusa tale passo sarebbe inequivocabilmente relativo alla distruzione di Atlantide. I sostenitori di questa tesi si richiamano al pensiero del geologo ed astronomo austriaco Otto H. Much, secondo il quale la scomparsa di Atlantide fu determinata da un corpo celeste precipitato sulla Terra. Secondo Much si sarebbe trattato di un asteroide attratto dalla non usuale "congiunzione" Terra-Luna-Venere, avvenuta nell'8496 a.C.
Secondo Alberto Arecchi, autore del libro "Atlantide, un mondo scomparso, un'ipotesi per ritrovarlo" (Pavia, 2001), le iscrizioni egizie di Medinet Habu sono prova che le catastrofi descritte avvennero veramente.
Secondo quanto riportato nel testo, fra il 1235 e il 1220 a.C., una serie di terremoti si abbattè sulla Terra determinando inevitabilmente l'incrinarsi di sbarramenti rocciosi: tale reazione avrebbe provocato un'improvvisa congiunzione fra il mare sahariano e il Mediterraneo occidentale. Onde anomale si sarebbero generate sino a "spazzare via" Atlantide, ad una distanza di circa 600 km dallo sbarramento.
La fine di Atlantide
di Alberto Arecchi (da: http://www.liutprand.it/atlan.htm)

Immaginiamo di ritornare indietro nel tempo, 3300 anni fa, intorno all’anno 1300
a.C. (ossia novemila mesi prima di Solone, dalla cui narrazione il filosofo
Platone trasse le proprie informazioni su Atlantide).
Quello che oggi è il Mare Mediterraneo doveva essere a quel tempo distinto in
due mari, posti a quote diverse e privi di comunicazioni reciproche.
Ad ovest, il bacino costituito dal Mediterraneo occidentale e dal Tirreno era -
come oggi - in comunicazione con le acque dell’Oceano, attraverso lo stretto
dell’attuale Gibilterra, che si era aperto più di mille anni prima, e le sue
acque avevano ormai raggiunto un livello simile a quello odierno, grazie
all’apporto costante garantito dall’apertura di quella bocca di comunicazione
con le acque oceaniche.
Un secondo mare, ad est, andava dalla Piccola Sirte alla costa siro-palestinese
e comprendeva lo Ionio, il basso Adriatico e il Mar di Candia (mentre il
territorio Egeo, tutto emerso, costituiva una vasta pianura costellata di
rilievi montuosi di origine vulcanica). Esso era ben separato dal primo, perché
al posto dello stretto di Messina esisteva un istmo roccioso e quello che oggi è
il canale di Sicilia era allora una fertile pianura, irrigata da fiumi e
protetta da alte montagne, che scendeva dolcemente verso le sponde del mare
inferiore.
Le acque del Mediterraneo orientale dovevano trovarsi ad una quota di circa 300
m sotto quella odierna. Faremo riferimento a questa quota come “livello zero”
per misurare le altitudini relative.
All’estremo occidente del Mediterraneo orientale, non lontano da dove ora si
erge l’isola di Malta, due strette imboccature davano accesso ad un grande
golfo, profondo oltre mille metri. Intorno a quel golfo, protetto alla sua
imboccatura da una vasta isola, era sorta una civiltà fiorente, fondata da una
stirpe libica che era forse scesa sino a qui dalle alte montagne del sud.
Chi fosse provenuto da oriente, da Creta o dall’Egitto, avrebbe visto una costa
rocciosa, piuttosto ripida, nella quale si aprivano due stretti, ai lati di
un’ampia isola, con un’estensione compresa tra 11.000 e 17.000 km2,
che si ergeva sino ad una collina di circa 150 m.
I
due stretti a nord e ad ovest dell’isola misuravano tra i 15 e i 30 km. Poteva
però essere anche una penisola, con un solo stretto alla sua estremità nord,
quale unico accesso al grande golfo.
Possiamo identificare in questo sistema di stretti le “colonne d’Eracle”
dell’antica mitologia (e una delle due “colonne” appare identificabile nel
massiccio roccioso dell’attuale isola di Malta).
Le alture più elevate di quel sistema emergono ancora dal mare del canale di
Sicilia e sono: Pantelleria, le isole Pelagie (Lampedusa e Linosa), le isole
maltesi.
Lungo la sponda settentrionale del golfo si ergeva un sistema di rilievi, un po’
più elevato di 500 m, che dominava il panorama (le attuali isole maltesi); le
coste meridionali erano un po’ più dolci, ma un lungo e piatto rilievo si
elevava vicino al mare, sino ad oltre 400 m dal pelo delle onde, e di fronte ad
esso, non lontano, un’alta isola sorgeva dalle acque del bacino (le attuali
isole di Lampedusa - la prima - e di Linosa, quella staccata dalla costa). In
direzione nord-ovest, in fondo al grande golfo, si stagliava un imponente picco
vulcanico, alto più di 1100 m dalle acque del mare. Per usare un chiaro
riferimento attuale, si trattava di quella che oggi conosciamo come l’isola di
Pantelleria. Dietro di essa, a nord, la costa saliva a delimitare l’orizzonte,
per un’altezza di almeno 300 m. Al di là vi era l’altro mare, che riceveva ormai
da secoli l’apporto delle acque dall’Oceano, e da lì “era possibile raggiungere
le altre isole per coloro che allora compivano le traversate e dalle isole a
tutto il continente opposto, che si trovava intorno a quel vero mare (pontos)
...
Infatti tutto quanto è compreso nei limiti dell'imboccatura di cui ho parlato appare come un porto caratterizzato da una stretta entrata: quell'altro mare, invece, puoi effettivamente chiamarlo mare e quella terra che interamente lo circonda puoi veramente e assai giustamente chiamarla continente.” (Platone)
Quel
mare, che era da secoli in collegamento con le acque dell’Oceano tramite la
bocca di Gibilterra, era molto vicino a debordare al di qua della sua sponda e a
dilagare verso il golfo ed il Mediterraneo orientale, posti ad una quota più
bassa. Questa era la vera maledizione pendente sul capo del popolo (Atlanti-Tjehenu)
che abitava quelle terre, ma essi forse erano convinti che la situazione di
precario equilibrio potesse durare in eterno, così come essi l’avevano sempre
vissuta.
Ad ovest del “porto” o golfo che abbiamo descritto si stendeva un’ampia, fertile
pianura irrigua, che ritorniamo a descrivere con le parole usate da Platone.
Essa riceveva da nord le acque della Medjerda, che oggi scendono al mare non
lontano da Tunisi, mentre da ovest poteva essere abbondantemente irrigata grazie
alle acque provenienti dall’ampio “mare” interno, le cui acque dovevano essere
piuttosto dolci. Quell’estensione di pianura corrisponde, per misure e
caratteristiche fisico-climatiche, al territorio descritto da Platone: la
distanza dalla chiusura del golfo, verso sud, sino alle sponde del Mediterraneo
occidentale, è di 540 km (tremila stadi), e quella dalla costa del golfo sino ai
rilievi alle spalle della pianura, che delimitavano il mare interno, di 360 km
(duemila stadi).
Il filosofo narra che gli abitanti di Atlantide coltivavano - fra l’altro -
datteri e banane, in mezzo ad una fauna in cui spiccava la presenza di elefanti.

Dalla costa, la pianura saliva dolcemente verso ovest, in direzione di una
cresta di colli di origine vulcanica, ricchi di giacimenti metalliferi, dalla
struttura morfologica in prevalenza tufacea. Al di là della cresta, a circa 450
km di distanza dalle acque del Mediterraneo, si stendeva un enorme bacino
d’acqua: un vero e proprio mare, la cui superficie era posta ad una quota di
circa 650 m superiore a quella del Mediterraneo. Quel mare raccoglieva le acque
di un vasto bacino pluviale, che andava dall’attuale massiccio degli Aurès, a
nord, a sud sino ai massicci del Tassili e dell’Ahaggar (la “montagna Atlante”,
secondo il testo di Erodoto), dal quale scendeva il fiume che oggi ha il nome di
Wed Igharghar. Le sue acque, a loro volta, alimentavano un emissario che
scendeva verso est, al Mediterraneo: un fiume perenne, che irrigava le terre
della vasta pianura.
Quando l’acqua toccava il massimo livello quel mare poteva raggiungere una
profondità di circa 350-380 m ed aveva una forma quasi circolare, con una
superficie di oltre 280.000 km2, paragonabile per estensione a quella
dell’intera penisola italiana. Nel fondo del suo bacino oggi c’è un grande
sedimento di sabbia, il Grand Erg orientale (Igharghar): uno dei deserti
sabbiosi più estesi al mondo. Si può suppone che a quel grande mare fosse
attribuito in epoca antica il nome primitivo di “oceano (pelagos)
Atlantico”. Per comodità, visto che il mito antico pose in quella regione il
Giardino delle Esperidi e che ancora oggi il suo fondo disseccato si chiama “Chott
el Djerid” (palude disseccata del giardino, del palmeto), lo chiameremo “il
mare dei Giardini”.
A sud-ovest del mare dei Giardini, a una distanza di altri 500 km, si ergeva
verso il cielo il grande massiccio roccioso dell’Atlante... si tratta della
montagna oggi nota col nome berbero di Ahaggar, “nobile”. Ricorriamo alla
descrizione offertane da Erodoto:
“È stretto e circolare da ogni parte ed alto - a quanto si dice - tanto che le
sue vette non si possono scorgere: giammai infatti le abbandonano le nubi, né
d’estate né d’inverno. Gli indigeni dicono che sia una colonna della volta
celeste”.
Le cime più alte di quel massiccio, nella montagna oggi chiamata Atakor, erano
quasi 2800 m più in alto del livello delle acque dell’oceano (ossia 3400 al di
sopra del livello del Mediterraneo di allora). Alle pendici di quella montagna -
racconta Erodoto - viveva un tempo il popolo degli Atlanti:
“Da questo monte gli abitanti del paese hanno tratto il nome, si chiamano
infatti Atlanti. Si dice che essi non si nutrano di alcun essere animato e che
non abbiano sogni.
Due percorsi principali, tradizionalmente, conducono dalle sponde del
Mediterraneo verso le montagne dell’Ahaggar, e corrono l’uno lungo la sponda
ovest dell’antico Mare dei Giardini (è la strada che conduce alle oasi di El
Goléa e di Ghardaia, “alti luoghi” del turismo sahariano, i cui wed - quando
portano acqua - puntano ancora in direzione del grande mare disseccato), l’altro
lungo la sua sponda orientale, ed è la grande “strada dei carri”, cosparsa di
dipinti e graffiti rupestri, descritta nelle sue tappe e oasi dal racconto di
Erodoto, percorsa a suo tempo anche dalle truppe romane che penetrarono l’Africa
sino al bacino del Niger. La sponda nord era rocciosa, dello stesso tipo di
rocce che si frantumarono nel disastro che provocò la fine di Atlantide: sono le
gole e i canyon che solcano il versante sud delle montagne degli Aurès e che, in
prossimità di Bou Saada, vanno a sfociare sulle prime sabbie dell’antico grande
mare. Il fondo disseccato di quel grande mare è occupato ancora oggi da un
impenetrabile deserto di sabbia. Ad ovest, all’interno del primitivo bacino,
corre ancora da sud a nord una falda d’acqua abbastanza ricca da fornire vita e
nutrimento alle oasi del Souf: in questa regione è sorta El Wed e ad una quota
più in alta, verso l’antica sponda occidentale, si trovano Wargla e i pozzi
petroliferi di Hassi Messaoud.
In quella regione viveva un popolo libico o “pre-libico”, prospero per
agricoltura e commerci, dotato di una propria struttura di stati “confederati”
in una sorta di impero. Quegli uomini erano grandi costruttori e grandi
navigatori e usavano una scrittura, presumibilmente simile a quella
libico-berbera; nei geroglifici egizi erano chiamato Tjehenu e nei testi greci
Atlantói. Diversi popoli erano loro confederati o vassalli (e ne
ritroveremo taluni nell’elenco dei popoli del mare che sciamarono verso
l’Egitto, dopo la catastrofe finale).

Se vogliamo provare a riunire gli indizi offerti dai vari autori dell’epoca
classica, quel popolo poteva essere giunto alle coste del Mediterraneo dalla
grande montagna dell’interno, detta Atlante, al di là del mare “sospeso”, con
una migrazione di oltre 2000 km. Almeno sin dal 3000 a.C. gli Atlanti erano
capaci di costruire con grandi blocchi di pietra città fortificate e vivevano in
costante confronto con l’impero dei Faraoni, in quel lungo confronto che taluni
studiosi hanno chiamato “la guerra del bronzo”. Fra i prodotti di vitale
importanza per la diffusione della tecnologia, essi detenevano il monopolio di
importanti giacimenti di ossidiana, un materiale litico (vetro vulcanico) molto
pregiato per la produzione di lame e di altri oggetti d’uso. Fra le principali
fonti dell’ossidiana nel Mediterraneo, si collocano inftti Pantelleria l’alto
picco vulcanico, posto proprio al fondo del loro grande golfo) e le isole Eolie,
che dovettero far parte dei territori sotto loro controllo.
Le miniere di rame nativo (oréi-chalkos) si trovavano sulle colline alle
spalle della pianura atlantide, ma una grande innovazione tecnologica fu
costituita dall’uso del bronzo, lega tra rame e stagno, con migliori
caratteristiche di durezza e di resistenza.
L’obiettivo strategico per ottenere il monopolio del bronzo era il controllo
delle miniere di stagno, di cui l’Africa è priva. I Faraoni sostennero per
questo la lunga guerra contro gli Hittiti e conquistarono il controllo delle
miniere dell’Anatolia. Gli Atlanti dovettero rivolgersi altroveò il loro stagno
proveniva dal sud-ovest della penisola iberica, e forse dalla Cornovaglia. In
effetti, la rete dei loro rapporti commerciali potrebbe essere stata connessa
con la diffusione delle “culture megalitiche” in Europa e nel Mediterraneo
occidentale.
Secondo il racconto sviluppato da Platone nei suoi Dialoghi, la società
atlantide era strutturata in un sistema statale (una confederazione di piccole
monarchie, a quanto pare di poter interpretare il racconto del filosofo), che
praticava l’agricoltura, costruiva città, fondeva i metalli (oro, rame e stagno)
e aveva scoperto il modo di legarli per ottenere il bronzo, conosceva la
scrittura, aveva praticato un espansionismo di conquiste estese sino alla
Tirrenia (attuali Lazio e Toscana), combatteva da 2000 anni contro i signori
dell’Egitto ed era entrata in conflitto con popolazioni pelasgiche che vivevano
sulle coste della pianura egea... i suoi combattenti sono stati raffigurati in
bassorilievi egizi e nei dipinti rupestri delle piste sahariane, usavano carri
da guerra e da caccia trainati da cavalli, e Platone si sofferma a lungo su una
serie di usanze di quel popolo sulle quali, oggi, non possiamo esprimere molti
dubbi ...
Secondo Platone, i sacerdoti di Sais avevaro raccontato a Solone che grandi
siccità, mai viste prima, avevano calcinato la terra intera, immensi incendi
avevano imperversato sulle contrade e distrutto le foreste, fulmini erano caduti
dal cielo, terremoti avevano scosso il pianeta, provocando grandi e
considerevoli distruzioni, disseccando sorgenti e fiumi. Alle siccità sarebbero
sopravvenute le inondazioni ed enormi trombe d’acqua si sarebbero riversate
sulla terra, inghiottendo - tra l’altro - l’isola degli Atlanti. Quei cataclismi
sembravano segnare una fase di transizione, il passaggio da un periodo con un
clima più caldo ad un’altra fase, con condizioni di vita più dure.
Corrispondono tali descrizioni a mutamenti climatici che potrebbero essere
realmente avvenuti nel sec. XIII a.C.?
Secondo altri documenti contemporanei (le iscrizioni egizie di Medinet Habu,
l’Esodo biblico), le catastrofi descritte avvennero veramente. Fu proprio verso
il sec. XIII a.C. che la Libia (Nordafrica) conobbe il culmine di una grande
fase di desertificazione. Un’iscrizione di Karnak precisa: “I Libici vengono in
Egitto per cercare di sopravvivere”. Anche il mito di Fetonte può ricordare una
serie di drammatiche siccità che colpì il Mediterraneo, “all’origine della
storia dei Greci”.
Tutto quel mondo che abbiamo descritto finì nello spazio di ventiquattr’ore, in
un giorno di un anno compreso tra il 1235 e il 1220 a.C.. Una serie di violenti
terremoti incrinò seriamente la consistenza degli sbarramenti rocciosi (fatti di
tufo e quindi abbastanza friabili, forse già indeboliti da infiltrazioni
d’acqua) e aprì alcune brecce, che ben presto cedettero di fronte alla pressione
delle acque dei due grandi bacini posti alle quote superiori: il mare sahariano
e il Mediterraneo occidentale, costantemente rifornito dalle acque dell’Oceano.
Le acque si fecero strada con impeto in canaloni larghi decine di chilometri,
con ondate di piena veramente immani, neppure lontanamente paragonabili a quella
del Vajont, che è drammaticamente rimasta nella memoria degli italiani. Pur
calcolando per difetto il volume del mare sahariano, abbiamo detto che esso in
antico conteneva almeno 50.000 chilometri cubi d’acqua, sino ad una quota
massima di 650 m sul livello del Mediterraneo orientale. Per determinare
l’energia potenziale di quell’ondata, potremmo schematicamente identificare il
baricentro della massa d’acqua versata a + 350 m. Ne sarebbe derivato l’impatto
di un’energia equivalente almeno a 17,5 x 1015 kgm = 17 x 1016
Joule. Supponiamo pure che il livello dell’acqua nell’invaso originale potesse
essere già sceso di molto, all’epoca della catastrofe, a causa dei sopravvenuti
cambiamenti climatici, ma certo un’ingente l’onda d’urto si poté rovesciare
sulla pianura sottostante. Per distruggere e spazzar via completamente Atlantide,
sarebbe bastata un’ondata costituita da meno di un decimo del volume del mare
superiore, riversata dal dislivello allora esistente con il bassopiano. L’enorme
cascata andò a colpire con un impatto diretto l’isola con la capitale di
Atlantide, che si trovava ad una distanza di circa 600 km dallo sbarramento.
Ancora oggi, a chi guardi con attenzione su una carta geografica o su una foto
satellitare la regione del Grand Erg orientale, del Golfo di Gabès e della
Piccola Sirte, l’antica catastrofe traspare “tra le righe”: il Golfo di Gabès
appare come un vero e proprio “imbuto” e non è difficile immaginarsi l’enorme
massa d’acqua che vi si scaricò, per riversarsi, con grandi quantità con fango e
sabbia, nei bassifondi antistanti, che un tempo dovevano costituire una fertile
pianura. Dobbiamo ancora spiegarci, però, perché mai quella zona sia poi
rimasta, nei secoli, annegata sotto le acque.
La stessa serie di terremoti ruppe altri diaframmi rocciosi: innanzitutto quello
che delimitava a nord la grande pianura in declivio e che costeggiava un mare a
un livello più basso, ma di gran lunga più pericoloso: perché quel mare era
ormai collegato agli Oceani, e da loro riceveva un afflusso d’acqua costante.
Quando anche quelle acque cominciarono a riversarsi sulla pianura di Atlantide,
la storia di quella civiltà fu definitivamente sommersa sotto centinaia di metri
di acqua salata. I due Mediterranei si fusero in un solo mare. Fu
definitivamente sommersa la pianura dell’Egeo, costellata di rilievi montuosi,
che rimasero trasformati in arcipelaghi. Per alcuni secoli, gli Achei e gli
altri antenati delle culture mediterranee videro l’acqua che saliva, copriva i
loro porti, le città costiere e portava via i loro migliori terreni
coltivabili... Alcuni di loro tentarono di conquistare l’unico rifugio
possibile, la grande pianura che s’innalzava lungo il corso del grande fiume
Nilo, al riparo dalla salita del mare ... ma furono respinti o assorbiti dalla
grande civiltà che già, lungo quelle sponde, aveva costruito un impero,
destinato a durare nei secoli e a lasciare di sé un’impronta immortale ...
Tutto ciò rimase impresso nei miti di origine della stirpe greca, col diluvio di
Deucalione e Pirra, con le grandi epopee di Eracle e degli Argonauti. Il quadro
del cataclisma appare completo se immaginiamo che la stessa serie di scosse
telluriche provocasse il cedimento del diaframma (istmo roccioso) che collegava
l’Italia alla Sicilia, con la conseguente apertura dello stretto di Messina.
L’impeto della corrente scavò un solco profondo, un letto tortuoso al centro del
canale di Sicilia, intaccando e disgregando le rocce di minore resistenza, e
andò a biforcarsi, con violenza, contro le rocce più consistenti dell’imponente
picco vulcanico di Pantelleria. Il risultato dei cataclismi di quel periodo
dovette essere un flusso di corrente verso est, dalla portata molto maggiore di
quella che, attraverso Gibilterra, alimentava il livello del Mediterraneo; un
flusso che durò a lungo, il cui effetto fu probabilmente rafforzato da quello
proveniente dallo stretto di Messina. Si può calcolare che l’innalzamento delle
acque nel Mediterraneo sino al livello attuale abbia comunque impiegato alcuni
secoli. Le acque fluivano come una veloce corrente tra le sabbie e i fanghi che
si erano riversati nel golfo della Piccola Sirte dal grande mare sahariano, e
salivano di livello sino ai Dardanelli, alla costa siriana, al Delta del Nilo,
coprivano tutti i porti dell’antica cultura minoica, trasformavano Ilio in una
città marinara, e spingevano sino a lì i conquistatori Achei, ben decisi a
impadronirsi dei poteri e delle ricchezze che il nuovo mare rendeva loro
accessibili. Altri di loro partirono verso le rovine sommerse dell’antica
Atlantide e incontrarono altre vicissitudini (gli Argonauti nella regione delle
Esperidi ... ). Finirono sommersi tutti gli stabilimenti portuali allora
esistenti nell’area del Mediterraneo orientale. Finì sott’acqua ciò che rimaneva
della civiltà di Thera, già fortemente colpita dalla gigantesca esplosione
vulcanica di due secoli prima; finirono sott’acqua i templi maltesi, scavati
nella grande roccia sacra che era stata, sino ad allora, la “sentinella” di
Atlantide. La roccaforte maltese ci appare come una delle due primitive “colonne
d’Eracle”, e forse la sua collocazione in questo contesto può aiutare a gettare
nuova luce sulla ricchezza di insediamenti sacri, di costruzioni ipogee e di
ritrovamenti sottomarini che l’attuale isola e i suoi fondali offrono ancora
oggi.
I fanghi, le correnti e i bassi fondali della Piccola Sirte e del Canale di
Sicilia resero a lungo difficile la navigazione, come è riferito da Platone e da
altri autori classici (incluse le narrazioni del mito degli Argonauti).
Se è credibile quanto abbiamo esposto, Atlantide non si è mai mossa, non è
sprofondata in nessun abisso oceanico. È stata sconvolta da immani ondate, le
sue rovine sono state ricoperte da decine di metri di fango e sabbia e poi da
alcune centinaia di metri d’acqua.
La distruzione del centro economico-culturale di Atlantide può apparire
collegata alla “misteriosa” interruzione delle attività di costruzione di
complessi megalitici, che intorno a quell’epoca si verificò in tutta l’area del
Mediterraneo occidentale: nella penisola iberica, così come in Sardegna e in
Corsica e - potremmo aggiungere - sino alle isole britanniche. Era scomparso un
importante polo di ricchezza e di riferimento, un paese di grandi navigatori,
che commerciavano con i paesi più occidentali per importare lo stagno,
essenziale a fondere il bronzo, e in cambio esportavano ossidiana ed altri
prodotti mediterranei.
I popoli ad esso collegati, per i quali era venuto a mancare il principale
partner economico, si trovarono così di colpo proiettati in una condizione di
“barbarie”, o quanto meno nella nuova esigenza di basarsi su un regime di
sussistenza alimentare.
Lo svuotamento completo del grande mare africano, avviato dall’improvvisa
catastrofe, fu il colpo di grazia per la desertificazione del Nord Africa. Il
fenomeno proseguì con l’inaridirsi del clima e col disseccarsi dei corsi d’acqua
che alimentavano il bacino dell’Igharghar, e durò più d’un millennio: il livello
scese per l’accresciuta evaporazione e gli uomini dell’antichità classica
conobbero un grande lago Tritonide, con un fiume Tritone, che scendeva dalle
pendici dell’Ahaggar nel letto dell’attuale Wed Igharghar, la cui lunghezza
complessiva raggiunse i 2000 km, secondo i calcoli effettuati da Butavand.
Assumono così un tragico colore le vicende di quella terra di Atlantide che,
secondo il racconto platonico, era stata “assegnata a Poseidone”: letteralmente,
in quanto era posta al di sotto del livello del mare (nel significato che oggi
assume una tale espressione).
Si potrebbe tentare di individuare i diversi livelli costieri sommersi,
corrispondenti alla progressione delle acque dal momento della catastrofe di
Atlantide sino al completo riempimento del mare Mediterraneo alla quota attuale.
Ma, naturalmente, questo oggi appare solo come un sogno utopistico.
Un’importante conferma, relativa agli antichi livelli marini, potrebbe provenire
dalla ricerca in profondità degli antichi porti minoici, che potrebbero essere
identificabili nei fondali intorno all’isola di Creta in modo certo meno
complesso e macchinoso di una ricerca che puntasse direttamente al ritrovamento
di resti nell’area dell’antica Atlantide.
Se ora proveremo a rileggere i Dialoghi di Platone e a confrontarli con
la “nostra” mappa di Atlantide, avremo la netta sensazione che le cose
corrispondano e vadano al loro posto. Le acque del mare salivano gradualmente e
allagavano le fertili pianure dell’Egeo, lasciandone emergere solo le cime dei
rilievi, che si trasformavano in isole, sempre più piccole ... ci renderemo
conto che i “novemila anni” di Platone devono davvero corrispondere a un periodo
lungo, sì, ma “a misura” della stirpe degli Achei e dei Greci, dopo che essi si
insediarono nel bacino del Mediterraneo.
“Accadute dunque molte e grandi inondazioni per novemila anni (tanti ne sono
corsi da quel tempo sino ad ora), la terra, che in quei tempi e avvenimenti
scendeva dalle alture, non si ammassò come altrove in monticelli degni di
menzione, ma sempre scorrendo scomparve nel profondo del mare: pertanto, come
avviene nelle piccole isole, sono rimaste in confronto di quelle d’allora queste
ossa quasi di corpo infermo, essendo colata via la terra grassa e molle e
rimasto solo il corpo magro della terra. Ma allora ch’era intatta, aveva come
monti alte colline, e le pianure ora dette di Felleo erano piene di terra
grassa, e sui monti v’era molta selva, di cui ancora restano segni manifesti.
Dei monti ve ne sono ora che porgono nutrimento soltanto alle api, ma non è
moltissimo tempo che vi furono tagliati alberi per coprire i più grandi
edifici, e questi tetti ancora sussistono. V’erano anche molte alte piante
coltivate e vasti pascoli per il bestiame. Ogni anno si raccoglieva l’acqua del
cielo, e non si disperdeva, come ora, quella che dalla secca terra fluisce nel
mare, ma la terra, ricevutane molta, la conservava nel suo seno, e la riportava
nelle cavità argillose, e dalle alture la diffondeva nelle valli, formando in
ogni luogo ampi gorghi di fonti e di fiumi, dei quali le antiche sorgenti sono
rimaste ancora come sacri indizi, che attestano la verità delle mie parole”.
La fine del centro di Atlantide, che basava la propria potenza sull’egemonia
commerciale e culturale nel bacino del Mediterraneo occidentale e del Nord-ovest
Africano (diremmo oggi, con un termine arabo, Maghreb), dovette causare
diverse gravi conseguenze, di cui è rimasta traccia nei “misteri” di quelle
aree:
- Per lungo tempo crollò il commercio dello stagno dalla penisola iberica e
dalla Cornovaglia, sino a che non fu rimesso in auge dai commercianti fenici e
cartaginesi. L’Egitto, infatti, era soddisfatto del monopolio sul bronzo
ottenuto grazie alle guerre contro gli Hittiti, e la fine di Atlantide costituì
per i Faraoni un insperato ausilio all’abolizione di una pericolosa concorrenza
sulla produzione della preziosa lega (benché l’arrivo nell’area del Mediterraneo
degli Achei, dotati di armi di ferro, avesse considerevolmente ridotto
l’importanza strategica del bronzo).
- Scomparvero “misteriosamente” i costruttori di megaliti, in tutto l’arco del
Mediterraneo occidentale. Una volta diminuite le risorse economiche, la
popolazione locale era ricaduta in un regime di povertà e di sussistenza
alimentare, che non permetteva certo la concezione e la realizzazione di grandi
opere.
- Le successive occupazioni delle grandi isole (Sardegna e Corsica) da parte dei
popoli del mare fecero sprofondare sempre più nel mistero le origini di quel
“popolo dei megaliti” che li aveva preceduti.
- Un piccolo gruppo di sopravvissuti del popolo Tjehenu conservò forse il
ricordo di una parte degli antichi miti. La mitica regina Tin Hinan, sepolta nel
massiccio dell’Ahaggar, nel cuore del Sahara, ne può costituire una traccia,
almeno nella permanenza del nome, così come l’alfabeto tifinagh, usato
nelle più antiche lingue libico-berbere. Certamente, però, l’entità e le
modalità della catastrofe sopra descritta furono tali da sterminare l’intero
gruppo dirigente, che doveva abitare nella città capitale e nella vasta e
fertile pianura, devastate dall’onda di tracimazione del “mare dei Giardini”.
Un’obiezione che mi è capitato di ricevere più e più volte, nel corso dello
svolgimento di questa indagine, è stata: “ ma se tutta la storia era così
evidente, perché nessuno l’ha mai scritta prima?” La risposta è molto semplice:
“È proprio perché qualcuno l’ha scritta, che possiamo raccontare questa storia.
L’ha scritta Platone, e con grande precisione; ne hanno scritte delle parti
importanti Eudosso di Cnido, Diodoro Siculo ed altri autori antichi, ne hanno
scritte e raffigurate altre parti i cronisti dell’Antico Egitto, con una
precisione che sarebbe invidiabile da parte di molti cronisti moderni ... si
trattava di raccogliere una serie di “pezzi sparsi”, metterli insieme e partire
sulle tracce di un disastro i cui superstiti non sono rimasti per raccontarlo
... un “Vajont” dei tempi antichi, avvenuto in uno spazio e in un tempo
incredibilmente vicini a noi, molto più di quanto ogni nostra fantasia non ci
consentisse di immaginare.
Dobbiamo essere grati all’attenzione di Platone che ha tramandato con una tale
ricchezza di particolari il resoconto di Solone su Atlantide: una memoria che
sarebbe potuta scomparire, sepolta nell’oblio, come tanti altri eventi
dimenticati, nel corso della storia dell’uomo.